Le borse tremano, l’ombra degli houthi e il petrolio iraniano nel mirino di Trump
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Redazione Economia
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L’allargamento del conflitto in Medio Oriente – con la discesa in campo degli houthi, che agiscono ormai da braccio armato dell’Iran – ha gettato nuove ombre sui mercati finanziari, riaccendendo quella tensione che molti davano per assorbita dopo le ultime battute d’arresto diplomatiche. Le borse hanno riaperto tutte in netto calo, e non si tratta soltanto di una reazione emotiva: gli investitori guardano con crescente apprensione allo scenario che si delinea attorno allo stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato per il transito di gas e petrolio dove ogni scorta diventa una scommessa. A peggiorare il clima ci ha pensato il Financial Times, rivelando che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump – tornato alla Casa Bianca e già protagonista di una politica estera ad alto rischio – starebbe valutando l’ipotesi di “impadronirsi” del petrolio iraniano, magari attraverso un’operazione militare mirata a conquistare l’isola di Kharg. Da lì, va ricordato, transita l’80% del greggio della Repubblica Islamica: un obiettivo che, se solo sfiorato, farebbe schizzare i prezzi verso l’ignoto.
Petrolio e gas in corsa, l’Europa volatile cerca una rotta
In questo quadro incerto, le materie prime energetiche hanno ripreso a correre. Il petrolio viaggia verso nuovi massimi e il gas segue la stessa traiettoria, alimentato dal timore che gli attacchi iraniani possano estendersi anche agli impianti di alluminio in Medio Oriente – un settore meno discusso ma strategico, la cui crisi di approvvigionamento avrebbe effetti a catena sull’intera filiera industriale. Eppure, non tutto è lineare. Le borse europee, dopo un avvio in profondo rosso, hanno virato in positivo: un rimbalzo che molti analisti definiscono tecnico, ma che trova comunque una sua logica nelle attese di una potenziale svolta diplomatica. Lo stesso Trump ha dichiarato che un accordo con Teheran è «forse vicino», lasciando intendere che la minaccia militare potrebbe essere solo un’estremizzazione tattica della trattativa.
L’incertezza regna su Piazza Affari, tra attacchi e mediazioni
Piazza Affari ne è l’esempio perfetto. L’avvio della seduta, quella del 30 marzo, è stato tutto fuorché lineare: il FTSEMib ha oscillato tra un minimo di 43.188 punti e un massimo di 43.521, per poi attestarsi alle 10.22 in rialzo dello 0,31% a 43.513 punti. Un dato che dice poco, se non letto insieme alla volatilità che ha investito anche gli altri indici: il FTSE Italia All Share ha guadagnato lo 0,24%, mentre il Mid Cap (-0,82%) e lo Star (-0,62%) sono rimasti in rosso. A pesare, più delle voci di un negoziato imminente, è la concretezza degli attacchi iraniani contro obiettivi industriali nella regione – azioni che non hanno ancora provocato vittime accertate sul fronte occidentale, ma che hanno già innescato una corsa a coprirsi sui derivati energetici.
Pakistan mediatore, colloqui indiretti tra Washington e Teheran
Proprio mentre i mercati scontavano il peggio, è arrivata la notizia che ha ridato fiato ai listini: il Pakistan, che si è offerto come mediatore, ospiterà nei prossimi giorni colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran. Un canale diplomatico ancora fragile, ma che rappresenta l’unica alternativa credibile all’escalation militare. Nessuno, al momento, può dire se questi negoziati porteranno a una distensione reale; quel che è certo è che senza di essi il petrolio avrebbe già superato quota cento dollari al barile. Per ora, l’Europa tiene il fiato sospeso, e le borse continuano a ballare al ritmo di dichiarazioni e contro-dichiarazioni – con gli houthi pronti a colpire ogni nave sospettata di rifornire Israele, e Trump che tiene alta la tensione, giocando la carta della forza come leva per ottenere un tavolo.




