L’attacco all’Iran e la chiusura di Hormuz, i mercati tremano: petrolio verso i 100 dollari
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Redazione Economia
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L’attesa per la riapertura dei mercati finanziari globali, prevista per domani dopo l’escalation militare nel Golfo, si concentra quasi interamente su una variabile, il prezzo del petrolio, e su uno snodo geografico, lo Stretto di Hormuz, che da sempre rappresenta la valvola più sensibile per gli equilibri energetici mondiali. L’operazione congiunta condotta da Stati Uniti e Israele, costata la vita alla Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, e le conseguenti rappresaglie lanciate da Teheran contro obiettivi nei Paesi limitrofi, hanno di fatto innescato una crisi che gli analisti finanziari, pur divisi sulle percentuali, concordano nel definire destinata a riflettersi immediatamente sulle quotazioni del greggio. Alcune stime, diffuse nella tarda serata di ieri, ipotizzano un incremento che potrebbe oscillare tra il cinque e il quindici per cento già nella sessione notturna di Wall Street, con la possibilità concreta, qualora il blocco dovesse prolungarsi, di vedere il barile superare la soglia psicologica dei cento dollari. A rendere concreta questa minaccia è la decisione, annunciata dalle autorità iraniane, di dichiarare lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale e un volume significativo di gas naturale liquefatto – un’area non sicura, una mossa che equivale a una chiusura di fatto, come confermato dalle immagini satellitari che mostrano almeno centocinquanta petroliere ferme in rada in attesa di istruzioni.
Il blocco marittimo e la reazione degli analisti
La decisione di Teheran, comunicata tramite i canali ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione, ha immediatamente innescato un effetto domino sulle rotte commerciali globali. Colpire le petroliere, alcune delle quali sono state danneggiate da proiettili al largo delle coste di Oman ed Emirati Arabi Uniti, significa interrompere fisicamente la catena di approvvigionamento, e il primo riflesso di questa interruzione è stato l’annuncio da parte di Maersk, colosso danese della logistica, della sospensione immediata di tutti i transiti attraverso lo Stretto. A questa decisione, motivata dalla prioritaria necessità di garantire l’incolumità degli equipaggi e la sicurezza dei carichi, hanno fatto seguito comunicazioni analoghe da parte di altre importanti compagnie di navigazione, che hanno di fatto congelato il traffico marittimo in entrata e in uscita dal Golfo Persico, creando un imbuto le cui conseguenze, hanno spiegato alcuni osservatori, andranno ben oltre il solo mercato dell’energia per riverberarsi sull’intero sistema delle materie prime e dei trasporti.
La posizione della Casa Bianca e l’effetto sulle criptovalute
In questo quadro di crescente tensione, la posizione espressa dalla Casa Bianca appare volutamente attendista, se non addirittura distaccata rispetto alle turbolenze annunciate. Donald Trump, interpellato dalla testata Fox News sulle possibili ripercussioni economiche dell’attacco, ha liquidato la questione con una frase secca, dichiarando di non essere per nulla preoccupato per l’impatto che l’operazione potrebbe avere sul costo del greggio, quasi a voler sottolineare che le considerazioni di natura strategica e militare prevalgono su quelle puramente mercantili. Una posizione, quella del presidente americano, che stride con il nervosismo già evidente sui mercati paralleli, dove il Bitcoin è scivolato al di sotto dei 64.000 dollari: un segnale, quest’ultimo, che quando i cannoni iniziano a parlare, gli investitori tendono a rifugiarsi lontano dagli asset considerati più rischiosi o volatili, come le valute digitali, in attesa di comprendere la durata e la profondità del conflitto innescato dalla morte di Khamenei.
La diplomazia parallela dell’Opec+ e i timori per le forniture
Parallelamente alle manovre belliche, si è mossa anche la diplomazia energetica. L’Opec+, il cartello dei paesi produttori guidato dall’Arabia Saudita e dalla Russia, ha annunciato un incremento dell’output pari a poco più di duecentomila barili al giorno, una misura che alcuni analisti hanno definito più psicologica che sostanziale, un tentativo di calmierare gli animi e tamponare l’inevitabile rialzo delle quotazioni. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle contromosse tecniche, rimane la realtà fattuale di uno Stretto chiuso e di decine di navi ferme, un’immagine che restituisce la fragilità di un sistema energetico globale improvvisamente inceppato. La sospensione dei transiti, che riguarda non solo il greggio ma anche il gas, rischia di avere conseguenze particolarmente pesanti per quei paesi, specialmente in Europa e in Asia, fortemente dipendenti dalle forniture del Qatar e degli altri stati del Golfo, costringendoli a rivedere le proprie rotte di approvvigionamento in un momento di massima incertezza geopolitica.




