La lunga marcia della Cina dal carbone alle rinnovabili, tra proteste e leadership globale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Cieli grigi e una coltre di smog persistente, questo lo stereotipo che per decenni ha definito, non del tutto a torto, il volto industriale della Cina. Quell’immagine, però, oggi appare parzialmente superata da una realtà in rapida e contraddittoria evoluzione, dove al gigante che brucia più carbone del resto del mondo insieme si affianca il principale finanziatore planetario di energie pulite. Un paradosso solo apparente, quello di un’economia in crescita forsennata che allo stesso tempo punta a diventare la prima nazione a raggiungere la neutralità carbonica, il cui percorso è stato segnato, negli anni, da eventi tragici e tensioni sociali spesso rimossi dalla narrazione ufficiale. Le centinaia di proteste popolari dei primi anni Duemila, spesso represse con durezza dalle autorità e finite nel silenzio della censura, hanno infatti contribuito, loro malgrado, a creare una pressione tale da indirizzare le politiche energetiche nazionali verso obiettivi più ambiziosi.

Il sorpasso storico e il riconoscimento internazionale

Il risultato di questa forzata transizione, trainata da investimenti colossali, ha ormai assunto una dimensione globale, al punto da essere riconosciuta come la svolta scientifica del 2025 dalla prestigiosa rivista Science. Quest’ultima, dopo anni di premi dedicati a scoperte mediche come i farmaci contro l’obesità, ha infatti scelto di segnalare un traguardo storico per l’intera umanità: la produzione mondiale di elettricità da solare ed eolico ha, per la prima volta, superato quella generata dal carbone. Una svolta resa possibile in larga misura proprio dal ruolo egemone della Cina, che non a caso ospita “Solar City”, un distretto simbolo di questa nuova frontiera tecnologica.

Il contesto europeo e il caso lituano

Questo scenario internazionale si riflette, seppur su scale diverse, anche all’interno dei confini europei, dove la corsa alle rinnovabili procede a ritmi differenti. Secondo i dati diffusi da Eurostat, nel 2024 la quota media di consumo energetico finale proveniente da fonti rinnovabili nell’Unione si attestava al 25,2%, un dato aggregato che nasconde però performance nazionali molto disomogenee. In testa alla classifica si confermano i paesi scandinavi, con la Svezia che svetta al 62,8%, seguita da altre nazioni virtuose come Lettonia, Estonia, Austria e Portogallo. In questo contesto, la Lituania si è ritagliata un ottavo posto di rilievo, con circa il 35% del suo consumo coperto da risorse rinnovabili, dimostrando come la transizione ecologica sia un obiettivo perseguibile anche per le economie più piccole.

Le ombre del progresso e le inchieste giudiziarie

La strada verso la “net zero”, tuttavia, non è stata e non è priva di costi umani e sociali, alcuni dei quali emergono ancora oggi attraverso indagini della magistratura. L’eredità dei cosiddetti “Villaggi del Cancro”, aree un tempo devastate dall’inquinamento industriale selvaggio, rimane una ferita aperta, oggetto di inchieste che cercano di fare luce su responsabilità e omissioni del passato. Lo stesso si può dire per gli episodi di cronaca nera legati alle proteste ambientali, i cui sviluppi processuali continuano a dipanarsi nelle aule dei tribunali, ricordando che il cammino verso un futuro più pulito è lastricato anche di battaglie dolorose e spesso oscurate.

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