Il decreto bollette e l’incognita dei mercati, l’ombra lunga sugli investimenti nelle rinnovabili

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il via libera del Consiglio dei ministri al decreto bollette, un provvedimento atteso da mesi e che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha illustrato in un videomessaggio sottolineando l’entità dei risparmi per famiglie e imprese, per un totale che si aggirerebbe intorno ai cinque miliardi di euro, non ha placato i timori degli operatori del settore energetico anzi, in un certo senso, li ha amplificati -1. La reazione di Piazza Affari, che nei giorni precedenti l’approvazione aveva già visto vendite sui titoli delle utility, con Enel e A2a tra i peggiori del listino, rappresenta solo il primo segnale di una turbolenza che potrebbe rivelarsi ben più profonda -3. Il vero nodo, infatti, riguarda la capacità del decreto di modificare gli equilibri di un mercato complesso come quello della produzione elettrica, introducendo elementi che, agli occhi degli analisti e dei grandi investitori, appaiono quanto meno di incerta interpretazione.

Uno dei passaggi più delicati, e che ha sollevato le critiche più aspre, è il tentativo di srare il costo delle quote di emissione (Ets) dalla determinazione del prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, come l’idroelettrico o il solare -1. L’intenzione dichiarata dal governo è quella di abbattere il costo dell’elettricità, evitando che le rinnovabili scontino un onere pensato per le fonti fossili, ma la strada è irta di ostacoli e necessita del nulla osta della Commissione europea, un passaggio non scontato -7. A questo si aggiungono misure che intervengono direttamente sugli incentivi, come la riduzione temporanea delle tariffe per i grandi impianti fotovoltaici ancora nei “Conti Energia”, un intervento che, di fatto, posticipa nel tempo il riconoscimento di quelle somme e che molti operatori del settore, come riportano diverse analisi, hanno paragonato a una forma di prelievo forzoso, con il rischio concreto di innescare contenziosi e di minare la fiducia di chi ha investito su quei flussi di cassa futuri -9.

E proprio il tema degli investimenti, specialmente quelli legati allo sviluppo di nuova capacità da fonti rinnovabili, rappresenta la seconda, grande prova che il decreto dovrà affrontare. L’amministratore delegato di Edison, Nicola Monti, nel commentare i risultati della società, ha usato parole pesanti, parlando del rischio che manovre di questo tipo finiscano per distorcere gli equilibri e compromettere la realizzazione di quanto gli investitori avevano pianificato -2. Non si tratta solo di un problema di profitti immediati, ma della possibilità stessa di programmare il lungo termine in un settore, come quello delle rinnovabili, che richiede ingenti capitali e stabilità regolatoria per poter decollare. L’incertezza generata da norme che toccano retroattivamente contratti stipulati anni fa, o che introducono nuovi meccanismi di prelievo, rischia di allontanare i finanziatori o di spingerli a richiedere rendimenti più alti per compensare il maggior rischio, vanificando così, di fatto, l’obiettivo stesso di ridurre i costi dell’energia -9.

Il difficile equilibrio tra aiuti immediati e riforme strutturali

Il decreto, nella sua architettura complessiva, cerca di bilanciare interventi tampone per le fasce più deboli della popolazione e per le imprese energivore con misure che aspirano a essere strutturali. Per le famiglie con Isee basso, ad esempio, è previsto un contributo aggiuntivo che, sommato al bonus sociale, porterà il risparmio annuo a 315 euro, mentre per i nuclei con Isee fino a 25mila euro si profila la possibilità di sconti volontari da parte dei fornitori -4. Sul fronte delle imprese, il governo ha scelto di finanziare il taglio degli oneri generali di sistema, la voce che pesa sulle bollette di oltre quattro milioni di aziende, attraverso un aumento di due punti percentuali dell’Irap per i produttori di energia e una rimodulazione dei tempi di pagamento degli oneri di sistema che questi ultimi devono versare -1. Una partita di giro, l’hanno definita in molti, che sposta il baricentro del costo dai consumatori ai produttori, ma che inevitabilmente si riflette sui bilanci di queste società e, di conseguenza, sulla loro capacità di investire in nuovi impianti.

Non meno complessa è la situazione che ruota attorno al rinnovo delle concessioni idroelettriche, un tema caldo in regioni come la Lombardia, dove si era cercato di trovare un’intesa tra produttori e imprese energivore basata sulla cessione di una quota di energia a prezzi calmierati -5. La bozza del decreto, con le sue disposizioni, rischia di stravolgere accordi faticosamente raggiunti, mettendo le une contro le altre le parti in causa e aggiungendo un ulteriore elemento di conflittualità a un quadro già di per sé complesso. La reazione del mercato, che ha prontamente scontato un calo dei ricavi futuri per i produttori, è la fotografia più nitida di questa difficoltà: l’aspettativa di una riduzione del Prezzo Unico Nazionale, con un impatto negativo diretto sui margini dei generatori, specialmente quelli da fonti rinnovabili, è già stata inrata nei listini, dimostrando come la finanza guardi al di là delle dichiarazioni di intenti e si concentri sui numeri e sulla loro sostenibilità -3.

Il nodo della dipendenza dal gas e il ruolo dell’Europa

Sullo sfondo di queste fibrillazioni domestiche, resta la questione cruciale della dipendenza energetica italiana e del contesto europeo. L’approvazione del decreto, con la sua enfasi sul disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas e sulla piattaforma pubblica per favorire i Power Purchase Agreement (PPA), arriva in un momento in cui, come sottolineato da esperti del settore come Matteo Leonardi del think tank Ecco, il Paese rischia di rimanere ancorato a dinamiche costose e obsolete -7. La critica di fondo è che, mentre altre nazioni europee accelerano sulla transizione per uscire dalla dipendenza dal gas, il decreto, secondo alcuni osservatori, non affronta il problema alla radice, limitandosi a interventi contabili e fiscali piuttosto che a un vero piano di sviluppo delle rinnovabili e di riduzione strutturale dei consumi. Un paradosso, viene osservato, che ci vede pronti a pagare le quote di emissione per chi ancora brucia fossili senza intaccare quel meccanismo.

La partita, in ogni caso, è aperta su più tavoli. Da un lato, c’è l’iter di conversione in Parlamento, dove il testo potrà subire modifiche e dove le pressioni delle varie lobby, dai produttori alle associazioni dei consumatori, si faranno sentire. Dall’altro, c’è il giudizio di Bruxelles, senza il quale alcune delle misure più innovative e controverse, come appunto lo sro del costo degli Ets per le rinnovabili, resterebbero lettera morta -1. Un via libera che, allo stato attuale, appare tutt’altro che scontato, considerando la contrarietà della presidente della Commissione Ursula von der Leyen a mettere in discussione i meccanismi cardine del sistema energetico europeo -8. L’impressione, navigando tra le pieghe del provvedimento e le reazioni che ha suscitato, è che l’esecutivo abbia scelto una strada impervia, cercando di coniugare la necessità di dare risposte immediate all’elettorato con l’ambizione di riformare il mercato, esponendosi però al rischio concreto che l’una cosa e l’altra finiscano per indebolirsi a vicenda.

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