Malpensa resta di Berlusconi, il Tar bacchetta i Comuni: «Non hanno titolo per opporsi»
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Redazione Interno
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La decisione, arrivata dopo mesi di attesa e di acceso dibattito politico, ha il sapore di una doccia gelata per chi sperava di rimuovere quel nome dalle insegne dello scalo intercontinentale. Il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia ha infatti dichiarato inammissibili – o, a seconda dei punti contestati, infondati – i ricorsi presentati dal Comune di Milano e da quelli di Cardano al Campo, Samarate e Somma Lombardo contro l’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi. A darne notizia è stata la stessa presidente di Fininvest, Marina Berlusconi, la quale, in una nota carica di soddisfazione (ma anche di un certo astio mai sopito verso i togati), ha parlato di una "rimessa delle cose al loro posto", definendo le opposizioni giudiziarie come l' "ennesimo attacco" subito dal padre.
La sentenza del Tar si basa su un principio giuridico talmente netto da rasentare la scontatezza per gli addetti ai lavori, anche se è parsa meno ovvia ai sindaci che avevano impugnato il provvedimento. I giudici amministrativi, analizzando la natura dell'infrastruttura, hanno stabilito che gli aeroporti appartengono al demanio statale e non sono in alcun modo assimilabili alla toponomastica locale di piazze o vie comunali. Ne consegue, come logico corollario, che la competenza sulla denominazione degli scali ricade esclusivamente nelle mani dello Stato attraverso l’Enac e il ministero delle Infrastrutture, senza che i sindaci possano opporre un valido titolo giuridico per opporsi. Non solo: il Tribunale ha aggiunto un ulteriore elemento di debolezza per Palazzo Marino, rilevando un difetto di legittimazione attiva dovuto all'assenza di un legame territoriale diretto con l'area su cui sorge Malpensa – che, lo ricordiamo, si trova in provincia di Varese.
L’"ideologia trita e ritrita" secondo gli eredi
La reazione della famiglia Berlusconi non si è fatta attendere, ed è stata caratterizzata da un tono battagliero che riecheggia le vecchie invettive del Cavaliere contro i "giustizialisti". Marina Berlusconi, nella sua dichiarazione, non si è limitata a commentare la vittoria processuale: ha voluto bollare i ricorsi come atti "intrisi di ideologia", liquidando le ragioni dei Comuni come semplice malevolenza politica. Questa lettura, che trasforma una questione di competenze amministrative in una resa dei conti morale, elimina (forse volutamente) la complessità del dibattito.
Del resto, anche Barbara Berlusconi è intervenuta per sostenere che l’intitolazione rappresenta un "riconoscimento meritato" per il profondo legame dell'imprenditore con la Lombardia, oltre che per il suo contributo al Paese. A fare da contraltare a queste considerazioni di parte, è arrivata l’analisi più pungente del consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Marco Bestetti. Lui, che aveva personalmente chiesto e ottenuto la costituzione in giudizio della Regione, non ha usato mezzi termini: ha definito i ricorsi "ridicoli", sostenendo che hanno costretto il tribunale a sprecare risorse pubbliche per "odio" verso la figura di Berlusconi, ironizzando infine sul fatto che i detrattori, ora, per viaggiare dovranno "attaccarsi al tram".
Il nodo giuridico della natura "simbolica"
Al di là delle polemiche politiche che infiammano il dibattito (e che vedono schierati da un lato la Lega di Matteo Salvini, pronto a esultare per la "vittoria del buonsenso", e dall'altro il Pd, con esponenti come Majorino che definiscono ancora la scelta una "pessima idea"), la sentenza del Tar ha un passaggio chiave che merrebbe di essere isolato e compreso. I giudici hanno specificato che l’intitolazione a Berlusconi riveste una "natura prevalentemente simbolica e onorifica". Si tratta di una distinzione fondamentale perché, in buona sostanza, afferma che il nome dello scalo non produce di per sé effetti lesivi concreti e immediati sul territorio o sui residenti.
Proprio questa natura simbolica precludeva ai Comuni la possibilità di dimostrare un danno diretto, elemento essenziale per poter fare ricorso. Lo Stato, esercitando la sua sovranità su un bene demaniale come l’aeroporto, ha il diritto di attribuirgli il nome che preferisce senza dover necessariamente ottenere il placet dei campanili, anche quando questi rappresentano grandi città come Milano. È una lezione di diritto amministrativo che suona come un "non è affar vostro" rimbalzato dalle aule del tribunale alle scrivanie dei sindaci.
Un atto formale che chiude (per ora) la partita
Con questa pronuncia, l'iter che porta l'aeroporto internazionale di Malpensa a chiamarsi ufficialmente "Silvio Berlusconi" (dal fastoso salone delle autorità fino alla banale bolla di attracco per i voli low cost) diventa definitivo sul piano della legittimità. Il procedimento amministrativo avviato a luglio 2024 dall’Enac, e passato al vaglio del ministro Salvini, esce dunque indenne dall’assalto giudiziario.
Per i Comuni ricorrenti si tratta, a tutti gli effetti, di una batosta secca: la loro azione legale è stata respinta non tanto nel merito del nome (cioè se Berlusconi meriti o meno l’onoreficenza), quanto per un vizio di forma insanabile alla radice, ovvero la mancanza di potere di intervenire nella faccenda. Il Tar, insomma, non ha detto che il nome va bene, ma ha detto che i sindaci non sono nessuno per toglierlo. In attesa di un eventuale (e improbabilissimo, data la natura della sentenza) ricorso al Consiglio di Stato, l’insegna "Milano Malpensa – Silvio Berlusconi" continuerà a vegliare sui 28 milioni di passeggeri annuali che attraversano i suoi terminal.
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