Teheran, il doppio fronte della repressione e le crepe nel consenso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tentativo di ricostruzione di una stabilità che appare sempre più fragile è l’obiettivo dichiarato – e sempre più illusorio – delle autorità iraniane, alle prese con una pressione interna che non accenna a esaurirsi nonostante il costo altissimo in termini di vite umane. Dalle proteste che avevano scosso il paese tra il 2022 e il 2023, il movimento di disobbedienza civile si è trasformato in una consuetudine quotidiana, sfidando il regime proprio laddove la sua presenza è più invasiva: nello spazio pubblico. Le donne, che restano il simbolo più evidente di questa resistenza, hanno fatto del rifiuto sistematico dell’hijab obbligatorio un atto politico che la “polizia morale” non riesce più a contenere nella sua interezza, nonostante una recrudescenza degli arresti mirati registrata nelle ultime settimane. Questa tensione costante, alimentata da un malessere economico che soffoca le classi medie e popolari, si inserisce in un contesto di guerra aperta che ha ridisegnato gli equilibri di potere nella regione, mettendo a nudo la resilienza – ma anche le contraddizioni – della Repubblica Islamica.

L’assedio esterno e la tenuta di un sistema blindato

La narrazione secondo cui la potenza di fuoco combinata di Stati Uniti e Israele potesse piegare rapidamente Teheran, forse alimentata dalla retorica politica di chi sperava in un “regime change” lampo, si è scontrata con una realtà ben più complessa. L’Iran, prevedendo un’escalation che molti osservatori paragonano, per complessità e durata, ai precedenti del Vietnam o dell’Afghanistan, ha dimostrato di aver investito anni nella preparazione di un conflitto asimmetrico. L’uccisione di figure chiave della leadership e di alti comandanti militari non ha determinato il collasso atteso; al contrario, ha innescato meccanismi di resilienza istituzionale che hanno sorpreso gli strateghi occidentali. La struttura duale del potere – che vede affiancarsi l’esercito regolare e il dei pasdaran – ha funzionato come un argine, con questi ultimi che, come sottolineano gli esperti, costituiscono un sistema economico e militare profondamente radicato, capace di sopravvivere alla decapitazione dei vertici grazie a un apparato di interessi materiali e di controllo capillare del territorio. La guerra, che secondo le prime stime si sarebbe dovuta concludere in settimane, si trascina quindi con un’intensità tale da coinvolgere una porzione significativa delle risorse aeree e navali statunitensi nella regione -3, mentre Teheran utilizza la leva strategica dello Stretto di Hormuz per influenzare i mercati energetici globali e tenere sotto scacco le economie dei paesi del Golfo.

La resistenza interna oltre il velo e le conseguenze umane

Mentre l’attenzione internazionale è catalizzata dagli sviluppi militari, all’interno del paese la pressione sociale non ha conosciuto soste. Gli scontri verificatisi tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno segnato una nuova escalation nella conflittualità tra regime e popolazione. Sebbene la morsa repressiva abbia portato a un numero impressionante di vittime – con stime che, secondo alcune fonti, parlano di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti nell’arco dei primi mesi dell’anno – e a un blackout informativo quasi totale, la volontà di protesta non è stata spezzata. L’elemento più significativo di questa fase è forse rappresentato dall’allargamento del dissenso a strati della società tradizionalmente considerati una colonna portante del regime, come i mercanti del Bazaar di Teheran, che hanno manifestato non solo per il carovita ma per un’opposizione generalizzata alle politiche economiche e alla gestione autoritaria del potere.

In questo contesto di conflitto aperto, la vita quotidiana degli iraniani si è trasformata in un’esperienza di costante precarietà. Come raccontato da testimoni diretti nella capitale, la prossimità della morte è diventata una dimensione concreta dell’esistenza, dove atti banali come uscire per acquistare del cibo possono trasformarsi in tragedia a causa dei bombardamenti o degli scontri a fuoco nei pressi di obiettivi sensibili. La combinazione di povertà crescente, inflazione galoppante e la consapevolezza di essere ridotti a “danni collaterali” in una guerra più grande di loro ha alimentato una forma di resistenza silenziosa ma ostinata. Nonostante la repressione violenta che ha colpito anche le manifestazioni contro l’hijab, con decine di arresti nelle ultime settimane, il gesto di togliersi il velo resta un simbolo potente, un atto di disobbedienza che le autorità hanno cercato di contrastare alternando la linea dura a tentativi di allentamento controllato, decisi in sede di Consiglio dell’Interesse Nazionale per preservare la stabilità senza rinunciare ai dettami ideologici.

L’economia come campo di battaglia e il futuro incerto

La vera variabile strutturale che determinerà l’evoluzione della crisi rimane quella economica. Le sanzioni internazionali, inasprite dopo il fallimento dei tentativi di rilancio del JCPOA e il ricorso al meccanismo di “snapback”, hanno compresso la capacità di acquisto della popolazione e prosciugato le risorse dello Stato, creando un terreno fertile per il malcontento. All’interno del paese, il crollo del potere d’acquisto e la svalutazione del rial spingono i commercianti a comportamenti difensivi – come il trattenimento delle merci in attesa di prezzi migliori – che aggravano ulteriormente la situazione, rendendo la società meno coesa ma paradossalmente più incline a esplosioni di rabbia improvvisa. La leva economica è percepita da molti analisti come la più efficace per influenzare gli equilibri interni, ben più di qualsiasi intervento militare esterno: senza risorse, sostiene una nota esperta, è impossibile sostenere un’opposizione organizzata, ma allo stesso tempo la miseria estrema rende il regime sempre più delegittimato ai propri occhi.

In questo quadro, l’idea di una transizione rapida o di un crollo imminente appare meno realistica di una lenta erosione del consenso. Il regime, pur ferito e costretto a un dispiegamento di forze senza precedenti, conserva ancora un “zoccolo duro” di sostenitori legati ai pasdaran, stimato in milioni di persone, e gode di una struttura istituzionale pensata appositamente per sopravvivere agli shock. Tuttavia, la guerra e le proteste hanno infranto il patto sociale su cui la Repubblica Islamica aveva costruito la propria legittimità per decenni: quello di garantire sicurezza in cambio di sottomissione. Con il paese esposto a bombardamenti diretti e una crisi economica senza precedenti, il regime ha perso il monopolio della narrazione di “baluardo” contro il caos esterno. Le proteste di gennaio, che hanno costretto le autorità a chiudere completamente la rete per giorni e a schierare l’esercito nelle strade, dimostrano che la sfida non è più solo per una riforma del sistema, ma per la sua stessa essenza.

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