Trump e la guerra a Gaza: il presidente Usa avverte Israele, gli studiosi parlano di genocidio
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Redazione Esteri
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Mentre i raid israeliani su Gaza City, che nella notte hanno causato la morte di tredici persone, continuano a segnare una cronaca di sangue e distruzione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso una posizione articolata, sebbene non priva di contraddizioni interne. In un’intervista concessa al Daily Caller, ha affermato senza mezzi termini che «proseguire la guerra danneggia Israele», sottolineando come la campagna militare, sebbene giudicata da lui necessaria per «distruggere Hamas» e ottenere il rilascio degli ostaggi, stia erodendo in modo preoccupante il sostegno internazionale allo Stato ebraico. «Potranno anche vincere la guerra», ha osservato Trump con il suo stile diretto, «ma non stanno conquistando il mondo delle pubbliche relazioni e questo li sta danneggiando».
Una valutazione che sembra riconoscere, seppur indirettamente, l’impatto devastante dell’offensiva sull’opinione pubblica mondiale e che arriva parallelamente a un’allarmante presa di posizione del mondo accademico. La più grande associazione internazionale di studiosi del genocidio, infatti, ha approvato con una maggioranza schiacciante – l’86% dei suoi cinquecento membri votanti – una risoluzione storica. In tale documento, l’associazione sostiene che le politiche e le azioni di Israele a Gaza soddisfino pienamente i criteri giuridici previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la definizione di genocidio. Una dichiarazione, questa, che getta una luce sinistra sul conflitto e che si scontra con la narrazione ufficiale israeliana.
In un passaggio rivelatore della sua analisi geopolitica, Trump ha poi aggiunto un commento sulla percezione del potere di influenza di Israele a Washington, notando come la sua lobby, che un tempo «controllava il Congresso», non abbia più la stessa presa incontrastata di un tempo. Un’ammissione che fotografa il crescente isolamento politico dello Stato ebraico, persino in un tradizionale bastione di supporto come gli Stati Uniti, dove i sondaggi registrano un calo di consensi anche tra l’elettorato repubblicano




