La scia luminosa nel cielo del Sud non era un meteorite ma un detrito spaziale cinese
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Redazione Interno
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Non un meteorite, dunque, bensì un frammento di razzo ascrivibile al programma spaziale di Pechino: questa la conclusione – suffragata da dati oggettivi e da un paziente lavoro di incrocio delle immagini – alla quale è giunto l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, dopo che nelle prime ore dell’alba di lunedì 13 aprile 2026, intorno alle 5:30, una lunga e sinuosa scia luminosa aveva solcato il firmamento del Mezzogiorno. Il fenomeno, osservato con occhi stupiti tanto dai residenti della caotica area metropolitana di Napoli quanto da quelli dei silenziosi borghi dell’entroterra pugliese – dove il cielo notturno si conserva eccezionalmente limpido – ha immediatamente inondato i social network di video amatoriali e fotografie, alimentando per qualche ora un autentico giallo astronomico.
L’analisi delle telecamere ‘All Sky’ e la svolta investigativa
Per risolvere l’enigma, i ricercatori dell’ente napoletano hanno riesaminato con cura i frame registrati dalle telecamere ‘All Sky’, strumenti che sorvegliano la volta celeste senza soluzione di continuità, ventiquattr’ore su ventiquattro. A differenza di quanto ipotizzato da molti osservatori occasionali – i quali avevano subito evocato l’arrivo di un raro meteorite o addirittura un frammento cometario – le traiettorie e la velocità angolare del detrito hanno invece suggerito una natura artificiale. L’oggetto, rientrato nell’atmosfera in disintegrazione, non era altro che un residuo di un lanciatore cinese, probabilmente uno stadio di razzo abbandonato in orbita e poi precipitato incontrollato verso gli strati più densi dell’aria.
Segnalazioni a grappolo tra Campania, Puglia, Basilicata e Calabria
La scia, visibile anche in alcune zone della Calabria settentrionale, è stata segnalata con particolare intensità lungo l’asse che collega il basso adriatico alle Murge: decine di testimonianze sono arrivate da Foggia, Bari e da diversi centri minori della Basilicata, dove il bagliore – descritto da più parti come una “lingua di fuoco” rapida e silenziosa – ha interrotto per un istante la quiete dell’alba. Nessun boato, nessuna vibrazione al suolo, un dettaglio, quest’ultimo, che già di per sé orientava la spiegazione verso detriti orbitali anziché verso un bolide roccioso: i meteoriti, quando esplodono in atmosfera, producono spesso onde d’urto avvertibili anche a terra, mentre i frammenti di razzo tendono a consumarsi in una combustione più lenta e spettacolare ma acusticamente innocua.
L’indagine sulla traiettoria e la natura dei detriti
Gli esperti dell’osservatorio hanno concentrato le loro verifiche sulla stima della traiettoria, un passaggio tecnico fondamentale per distinguere un rottame spaziale da un naturale: i calcoli preliminari – condotti sui pochi secondi di immagini disponibili – hanno mostrato una velocità d’ingresso e un’inclinazione compatibili con il rientro di un oggetto in orbita bassa, non con l’iperbolica traiettoria di un asteroide. Proprio questa analisi, ancora in corso di perfezionamento nei dettagli, ha permesso di escludere la natura meteoritica dell’evento, ridimensionando così l’entusiasmo – peraltro comprensibile – di quanti avevano sperato in un fenomeno più raro. La scia luminosa, insomma, era sì un frammento di qualcosa che veniva dallo spazio, ma di qualcosa costruito dall’uomo: un detrito, per l’appunto, riconducibile a un razzo lanciato da Pechino in missioni precedenti, la cui orbita decadeva ormai da tempo.




