Trump rafforza il divieto di viaggio: critiche per una politica "suprematista"
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Redazione Esteri
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Mentre entra in vigore il nuovo travel ban voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che vieta l’ingresso ai cittadini di dodici Paesi – tra cui Haiti, Afghanistan e Yemen – e impone restrizioni parziali ad altri sette, le reazioni non si fanno attendere. Scott Long, attivista per i diritti umani ed ex accademico di Harvard e Columbia, non usa mezzi termini: «Queste politiche anti-migratorie puntano al suprematismo bianco». Un’accusa che si inserisce in un dibattito già infuocato, soprattutto dopo la repressione delle proteste filo-palestinesi nei campus universitari e lo stop ai visti per studenti stranieri.
All’aeroporto di Cap-Haitien, in Haiti, l’atmosfera è tesa ma non caotica. Domenica, prima dell’entrata in vigore del provvedimento, i viaggiatori in possesso di regolare visto – rassicurati dalla precisazione del Dipartimento di Stato sulla non revoca dei documenti già rilasciati – hanno affrontato l’imbarco senza fughe precipitose. Eppure, il timore di un ulteriore inasprimento delle regole è palpabile.
Il divieto, che riprende e amplia quello già varato nel 2017, è solo l’ultimo tassello di una strategia che, secondo Long, mira a «normalizzare l’esclusione». Le misure, giustificate con motivi di sicurezza nazionale, hanno un impatto sproporzionato su Paesi a maggioranza musulmana o con storie di instabilità politica, alimentando accuse di discriminazione. Non è un caso che, parallelamente, si sia intensificata la sorveglianza nei confronti degli studenti internazionali, spesso visti come potenziali fonti di dissenso.
Quello che emerge, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è un quadro in cui la retorica della sicurezza finisce per legittimare pratiche sempre più selettive. Se il travel ban rappresenta il volto più visibile di questa politica, le sue conseguenze – dalla separazione delle famiglie alla limitazione degli scambi accademici – rischiano di lasciare un segno duraturo. Senza contare che, come dimostrano le proteste nei campus, il clima di sospetto non risparmia neppure chi, pur rispettando le regole, diventa bersaglio di controlli arbitrari.




