La sorella di Kim Jong Un mette in guardia Seul e Washington: "esercitazioni militari, conseguenze terribili e inimmaginabili"
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Redazione Esteri
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È tornata a farsi sentire, con la consueta durezza retorica e una tempistica che non lascia spazio a fraintendimenti, la voce di Kim Yo Jong. La potente sorella del leader nordcoreano Kim Jong Un, ricoprendo il ruolo di direttrice di dipartimento del Comitato centrale del Partito dei lavoratori, ha infatti diffuso una dichiarazione ufficiale — prontamente ripresa dall'agenzia statale KCNA — per condannare l'avvio delle manovre militari congiunte che vedono schierate le forze di Seul e Washington. L'oggetto del suo monito, tutt'altro che velato, sono le esercitazioni primaverili denominate "Freedom Shield", iniziate lunedì e programmate per articolarsi lungo un arco temporale di undici giorni, durante i quali migliaia di soldati testeranno la loro preparazione su scenari simulati.
L'alto numero di effettivi coinvolti, stimato in oltre diciottomila unità tra personale sudcoreano e statunitense, non rappresenta che la punta dell'iceberg di una mobilitazione che, agli occhi di Pyongyang, assume i contorni di una vera e propria prova generale di conflitto. La dichiarazione di Kim Yo Jong non si limita a una generica protesta, ma scava in profondità nel significato politico e militare dell'operazione, descritta non come un semplice "gioco militare" bensì come una "provocatoria e aggressiva prova di guerra", pianificata minuziosamente per simulare uno scontro diretto con la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Le esercitazioni, come si legge nel testo diffuso dall'agenzia di stampa nordcoreana, si svolgono "giorno e notte" attraverso lo spettro completo del teatro bellico moderno — terra, mare, aria, spazio e cyberspazio — e questo non fa che acuire la percezione di una minaccia esistenziale da parte del regime.
Nel suo intervento, che si inserisce in un contesto geopolitico globale già di per sé incandescente, la sorella del leader ha voluto sottolineare come tali manovre si tengano in un "momento critico", caratterizzato dal rapido collasso delle architetture di sicurezza internazionali e dallo scoppio di conflitti in diverse aree del pianeta, conseguenze, queste, degli "atti sconsiderati di criminali internazionali". Un passaggio, quest'ultimo, che alcuni osservatori leggono come un implicito riferimento alle tensioni in altre regioni, un elemento che il regime sembra utilizzare per contestualizzare e amplificare la portata della propria denuncia. La qualificazione delle esercitazioni come atto di forza dispiegato "sulla soglia di casa" della nazione, e l'insistenza sulla natura "abitudinaria" della politica ostile degli avversari, servono a ribadire un concetto cardine della dottrina di Pyongyang: non esiste distinzione sostanziale tra un'esercitazione e un'azione bellica vera e propria.




