Meloni e il selfie con l’ex referente del clan Senese: «Migliaia di mie foto con chiunque. Il mio impegno contro la mafia è cristallino»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto il silenzio dopo la pubblicazione di uno scatto che la ritrae, nel 2019, accanto a Gioacchino Amico, un tempo referente in Lombardia del clan camorristico dei Senese e oggi «pentito». Lo ha fatto con un post su X, nel quale definisce «bizzarra» la tesi, sostenuta da quella che lei stessa ironicamente chiama «redazione unica» (il quartetto formato da Il Fatto Quotidiano, la Repubblica, Fanpage e Report), di una sua presunta vicinanza ad ambienti malavitosi. «Esistono migliaia di miei selfie con chiunque», ha scritto Meloni, rivendicando poi un «impegno cristallino» nella lotta alle mafie.

Un’inchiesta televisiva e le domande di Ranucci

A riaccendere i riflettori sul vecchio scatto – e a innescare la reazione della premier – è stato un servizio di Report, la trasmissione di Rai Tre condotta da Sigfrido Ranucci. Quest’ultimo, nel corso della puntata, si è chiesto a gran voce: «Che ci fa l’uomo che ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ’ndrangheta e il clan di Michele ‘o pazzo (il capomafia ritenuto tra i più potenti della Capitale, ndr), in foto con Giorgia Meloni?». Una domanda retorica, certo, ma che ha aperto un varco nella narrazione pubblica, costringendo Palazzo Chigi a una presa di posizione netta.

La controffensiva di Fratelli d’Italia e le bordate a Bignami

Dalla maggioranza non sono tardate ad arrivare le reazioni. Fratelli d’Italia ha parlato di «squallide volgarità» nei confronti di «una donna cristallina che ha sempre combattuto la mafia». Il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, ha liquidato l’intera operazione giornalistica con un termine secco: «Ciarpame mediatico». Nessuna incertezza, insomma, nella linea difensiva del partito: l’attacco viene respinto al mittente come un tentativo di «fango» privo di ogni fondamento, e la foto viene ridimensionata a un semplice gesto di cortesia politica, di quelli che capitano a chiunque ricopra ruoli pubblici.

Il "cristallino" impegno contro le mafie secondo la premier

Meloni, dal canto suo, ha scelto di non limitarsi a negare. Ha provato a ribaltare la prospettiva: il suo governo – ha fatto notare – vanta un curriculum antimafia che, a suo dire, parla da sé. Ha citato il salvataggio del carcere duro (il 41-bis, che in passate legislature aveva rischiato smantellamenti) e l’arresto di diversi boss. Un argomento, questo, che nella retorica della premier serve a blindare la propria credibilità: come si può sospettare un legame con la criminalità organizzata, lascia intendere, quando si è varate misure che hanno colpito duramente le cosche?

La foto del 2019 e il contesto giudiziario di Amico

Quel selfie, va ricordato, risale a cinque anni fa. Gioacchino Amico, all’epoca dei fatti, era già uscito dal giro della criminalità attiva? La sua posizione giudiziaria è complessa: collaboratore di giustizia, ex referente del clan Senese, un uomo che ha avuto a che fare con i vertici della malavita milanese e non solo. E proprio questa complessità alimenta la polemica. Da un lato, chi sostiene che una foto non possa trasformarsi automaticamente in un’accusa di complicità. Dall’altro, chi obietta che la leggerezza con cui un politico si presta a certi scatti – specialmente con personaggi dal curriculum penale pesante – meriti comunque una spiegazione. Meloni, con il suo post, ha scelto di dare quella spiegazione a modo suo: senza scuse, ma rivendicando l’intera coerenza della sua azione di governo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.