La foto del pentito dei Senese con Meloni e l’inchiesta Hydra: quel pass alla Camera in cambio di consensi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Milano. Siamo al 2 febbraio 2019, una data che potrebbe sembrare lontana nel flusso della cronaca politica, eppure le sue ombre si allungano fino alle aule di giustizia del presente. In quell’inizio di febbraio, l’Hotel Marriot di Milano era diventato il quartier generale del partito allora all’opposizione, Fratelli d’Italia, riunito per la sua prima grande kermesse settentrionale in vista delle elezioni europee. Tra i flash dei fotografi e le strette di mano di rito, in prima fila con la futura presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, spiccava un volto destinato a uscire dall’anonimato solo anni dopo: Gioacchino Amico, 40 anni, commerciante di frutta e verdura nella vita e, secondo gli atti dell’inchiesta Hydra, uno dei vertici operativi del clan camorristico dei Senese in Lombardia. Quello scatto, immortalato in una circostanza pubblica e apparentemente innocua, rappresenta oggi il fulcro di una delicata verifica giudiziaria sui rapporti tra il partito di governo e le organizzazioni criminali che hanno tentato di mettere radici nel tessuto economico del Nord.

L’alleanza silenziosa del “Consorzio” e il ruolo di Amico

Per comprendere la portata della presenza di Amico a quell’evento, occorre addentrarsi nelle carte del maxi-processo Hydra, un’indagine monumentale coordinata dal procuratore di Milano Marcello Viola insieme ai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane. L’accusa, suffragata da decine di interrogatori e intercettazioni, ha infatti delineato l’esistenza di un “sistema mafioso lombardo”: un patto orizzontale, un vero e proprio consorzio criminale che a partire dal 2019 ha messo insieme Cosa Nostra, la ’ndrangheta e la camorra. L’obiettivo di questa alleanza, che i magistrati hanno definito “un’unione” per fare business, era quello di spartirsi appalti, riciclaggio e traffico di droga all’ombra della Madonnina. Gioacchino Amico, in questo scacchiere, era il referente designato dalla famiglia Senese, quella camorra romana che aveva deciso di espandersi verso nord, e secondo i verbali degli inquirenti godeva di un accesso privilegiato agli ambienti istituzionali. La sua posizione all’interno della convention del 2019 non fu, quindi, un caso isolato; gli atti rivelano che l’uomo, forte di un pass che gli consentiva di muoversi agevolmente negli spazi della Camera, era riuscito a costruire un ponte tra la criminalità organizzata e il partito allora guidato da Giorgia Meloni.

L’ombra dei summit milanesi e l’accesso alle istituzioni

La strategia del “clan Senese”, emersa attraverso l’operazione Hydra, era chiara: infiltrarsi nelle strutture politiche lombarde per legittimare i propri affari. Non si trattava di semplici contatti estemporanei, ma di una capillare opera di accreditamento che passava attraverso la partecipazione a eventi ufficiali e l’utilizzo di tessere istituzionali. Le dichiarazioni rese da Amico dopo la sua scelta di collaborare con la giustizia – avvenuta ufficialmente con il primo verbale del 3 febbraio scorso – hanno fornito agli inquirenti la conferma che quel legame esisteva e che la sua presenza alla kermesse milanese non era frutto del caso, bensì il risultato di un preciso disegno di avvicinamento. In quella occasione, circondato dallo stato maggiore del partito – tra cui figurano il presidente del Senato Ignazio La Russa e una schiera di futuri ministri –, l’allora referente del clan si muoveva con la disinvoltura di un militante qualsiasi, sfruttando un alone di rispetto che solo la vicinanza al potere può garantire. Questo cortocircuito tra la malavita e la politica, che la trasmissione “Report” (in onda su Rai 3 il prossimo 12 aprile) si appresta a raccontare con nuovi dettagli, getta una luce sinistra su quei meccanismi di “consenso” che le mafie cercano di comprare non solo con le estorsioni, ma anche con la prossimità fisica ai vertici dello Stato.

La metamorfosi di Amico e il silenzio delle parti

L’ex referente del clan, oggi collaboratore di giustizia nel procedimento Hydra che vede 45 imputati al banco degli accusati, ha attraversato una metamorfosi radicale. Da presunto plenipotenziario della camorra a uomo chiave per la procura, Amico ha dichiarato ai pm di voler “cambiare vita e chiudere con il passato”. Tuttavia, nonostante il suo cambio di casacca, le sue dichiarazioni sono in larga parte protette da omissis, suggerendo che il racconto dei summit mafiosi a Milano e dei finanziamenti illeciti potrebbe coinvolgere figure di spicco ancora non esposte al pubblico. L’inchiesta, che ha già portato a condanne significative nel rito abbreviato (tra cui spiccano i 16 anni inflitti a Massimo Rosi per la reggenza della locale di ’ndrangheta di Legnano), si concentra ora sui rapporti tra quel “consorzio” e il mondo politico nazionale. Resta, sullo sfondo, l’immagine di quella foto del 2019: un documento che, più di mille parole, racconta l’intreccio pericoloso tra la ricerca del potere istituzionale e gli interessi delle tre mafie riunite nel Nord Italia.

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