La “redazione unificata” e il selfie con il pentito: quei veleni incrociati tra politica e inchieste

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Gli italiani certamente ricorderanno che Giulio Andreotti era solito dire – come da vangelo – che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. E proprio a questo principio, forse, si affidano i protagonisti dell’ultimo fronte di scontro che vede contrapposta la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a quello che lei stessa ha definito la “redazione unica”. Una sigla dietro la quale, nella sua ricostruzione, finirebbero per accomunarsi realtà editoriali diverse come Repubblica, il Fatto Quotidiano, Fanpage e la trasmissione di Sigfrido Ranucci, Report, in onda sulla solita Rai3. Secondo la premier, tutte queste testate sarebbero dotate di una sorta di “immunità antifascista” e, quindi, si sentirebbero praticamente intoccabili nel loro intento di gettare fango sull’esecutivo. Al centro della bufera, in questo caso, non c’è un provvedimento legislativo, ma uno scatto fotografico risalente al 2019, subito dopo la chiusura di un evento elettorale, che la ritrae sorridente accanto a Gioacchino Amico, un uomo oggi considerato un referente del clan Senese operativo in Lombardia. Un selfie che, nelle intenzioni dei suoi critici, farebbe balenare il sospetto di possibili connivenze o, quanto meno, di una pericolosa prossimità a determinati ambienti criminali.

Dall’indagine Hydra al clan Senese, i dossier in Antimafia che preoccupano FdI

Parlarne tanto, forse, per non parlarne proprio. Mentre il dibattito parlamentare si surriscaldava, affiorava un argomento che per anni è sembrato essere un tabù per le segreterie dei partiti: quello dei rapporti – reali o presunti – tra la politica e la criminalità organizzata. Ad accendere la miccia, nelle ultime ore, sono state le parole spese in aula da Giorgia Meloni dopo il cosiddetto “caso Delmastro”, con l’annuncio di un intervento mirato della commissione Antimafia. Un invito, quello della premier, a non usare il tema come una semplice arma di propaganda, ma a trasformarlo in un terreno di indagine serio. Eppure, proprio mentre si discuteva di questo, la stessa Commissione si trovava ad affrontare una crisi interna non da poco. La sua presidente, Chiara Colosimo, ha fatto filtrare alla stampa la disponibilità ad aprire un nuovo filone di inchiesta proprio sulle infiltrazioni mafiose negli apparati politici, dichiarandosi pronta a raccogliere le proposte di tutte le componenti dell’organismo. Una serie di circostanze, tuttavia, inducono molti osservatori a ritenere che lo scopo reale di questa mossa sia quello di prendere le distanze da un caso che rischia di bruciare le mani, piuttosto che quello di fare piena luce sulla vicenda.

La figura di Gioacchino Amico, il volto del clan Senese in Lombardia

Ma chi è, dunque, Gioacchino Amico, finito suo malgrado al centro del ciclone mediatico? Oggi collaboratore di giustizia nel maxi-processo “Hydra” che si sta celebrando a Milano, Amico viene descritto dagli inquirenti come il referente del clan camorristico Senese nel nord Italia. La sua ascesa criminale, come emerso dalle cronache giudiziarie, lo ha visto protagonista di un sistema di alleanze che ha messo attorno allo stesso tavolo esponenti della ‘ndrangheta, di Cosa Nostra e della camorra per spartirsi appalti e traffici illeciti. La sua posizione, però, non si è limitata alla gestione degli affari sporchi. Le inchieste rivelano pressioni costanti per entrare in contatto con esponenti di Fratelli d’Italia, un viavai che avrebbe incluso presunte visite a Montecitorio. Secondo una pista che sarebbe tuttora al vaglio dell’autorità inquirente, Amico avrebbe avuto a disposizione un vero e proprio accredito personale per muoversi con disinvoltura all’interno del Parlamento. Una circostanza, quest’ultima, prontamente smentita dalla Camera dei Deputati, che ha negato il rilascio di un tesserino permanente a suo nome, ma che ha comunque contribuito ad alimentare un clima di forte tensione politica.

Un selfie del 2019 e le ombre sugli accessi a Montecitorio

Tornando a quello scatto, realizzato il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriot di Milano durante una convention del partito, la posizione della premier è netta. Lei parla di una “ondata di fango” mediatico, respingendo al mittente qualsiasi accusa di vicinanza alla malavita. Nel suo sfogo social, Meloni ha sottolineato come in decenni di carriera politica abbia collezionato decine di migliaia di selfie con altrettanti sconosciuti, e che sarebbe quindi assurdo attribuire un valore particolare a quello scattato con Amico, tanto più in un periodo in cui l’uomo non era ancora stato formalmente indicato come boss. L’opposizione, a partire dal Partito Democratico, non ha accolto queste giustificazioni, chiedendo invece chiarimenti approfonditi sulla natura dei legami tra il partito di governo e ambienti sospetti. A rendere il tutto più spinoso, si aggiunge il lavoro dell’inviato di Report, Giorgio Mottola, che ha raccolto testimonianze secondo cui Amico non sarebbe stato un semplice “imbucato” alla festa, ma un frequentatore abituale degli ambienti politici, avvalorando la tesi – già emersa in alcuni verbali – secondo cui alcuni dirigenti sapessero chi fosse realmente. Tra la difesa a oltranza della premier e la richiesta di trasparenza dell’opposizione, la verità giudiziaria resta affidata alle carte della Dda milanese, dove il nome di Amico è ormai diventato una chiave di volta per capire i meccanismi oscuri dell’alleanza tra mafie.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.