Il selfie e il tesserino fantasma: il pentito del clan Senese e i rapporti (presunti) con FdI
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Redazione Interno
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La fotografia, quella che ritrae un leader politico nel mezzo di un affollato evento elettorale mentre posa accanto a un perfetto sconosciuto, è da sempre l’incubo della comunicazione politica moderna. Ed è proprio da uno scatto, risalente al 2 febbraio del 2019 all’Hotel Marriot di Milano, che è ripartita la bufera che investe Palazzo Chigi; in quell’occasione, durante una convention di Fratelli d’Italia in vista delle Europee, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si trovava accanto a Gioacchino Amico, all’epoca referente del clan camorristico Senese in Lombardia e oggi, a distanza di anni, divenuto collaboratore di giustizia nel maxi-processo “Hydra” di Milano.
Se la premier ha provato a spegnere sul nascere la polemica, rivendicando sui social un impegno “cristallino, coerente, duraturo” contro ogni forma di criminalità organizzata – tuonando contro quella che lei definisce una “redazione unica” di giornali pronti a gettare fango nel ventilatore – le opposizioni, a cominciare dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, hanno invece preferito spostare l’attenzione dal semplice selfie al presunto contesto sistemico che lo circonda. Per i democratici, così come per i pentastellati, non è tanto lo scatto occasionale a destare preoccupazione (gesto quasi inevitabile per chi fa campagna elettorale), quanto piuttosto la rivelazione, emersa dalle carte dell’inchiesta della procura di Milano, secondo cui Amico avrebbe avuto accesso ai Palazzi romani e frequenti contatti con dirigenti del partito.
L’accesso a Montecitorio e le frequentazioni “scomode”
Il cuore politico della vicenda, infatti, non riguarda tanto l’istantanea rubata in un hotel milanese, quanto la testimonianza resa dallo stesso Amico dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia. Nei verbali del pentito, che ha giurato di volersi redimere per la madre malata e per la moglie trascinata nei guai, si faceva cenno alla disponibilità di un tesserino o di un accredito che gli avrebbe permesso di entrare e uscire da Montecitorio senza i normali controlli. Una circostanza, quest’ultima, che ha scatenato immediatamente la reazione dell’ufficio di presidenza della Camera: l’istituzione ha infatti smentito con una nota secca, negando “categoricamente” il rilascio di un badge permanente intestato al nome di Gioacchino Amico.
A rendere il quadro ancora più complesso, oltre all’ombra del presunto pass magnetico, ci sono i nomi di alcuni esponenti del centrodestra finiti – almeno sulla carta – nell’orbita del collaboratore di giustizia. Gli atti dell’inchiesta “Hydra”, che ha scoperchiato un presunto “sistema mafioso lombardo” capace di mettere d’accordo camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra al Nord, riportano i nomi della sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti e della senatrice Carmela Bucalo, entrambe di Fratelli d’Italia, oltre ad altri politici locali come l’ex assessore regionale Monica Rizzi. Amico, che si presentava come commerciante all’ingrosso di frutta e verdura ma che per la Dda era un interlocutore diretto del “sistema”, non si limitava a chiedere selfie: le intercettazioni lo colgono mentre esulta per l’arrivo della tessera del partito, uno strumento che nella sua ottica doveva servire a “beccarsi l’assessorato” in qualche tornata amministrativa.
La replica della premier e il fango nel ventilatore
La reazione di Giorgi Meloni, affidata a un lungo messaggio pubblicato sui profili social ufficiali, non si è fatta attendere ed è stata caratterizzata da un tono volutamente aspro. Nel respingere quella che considera una campagna diffamatoria orchestrata ad arte, la presidente del Consiglio ha operato una netta distinzione: da un lato la sua storia personale (ricordando di aver interrotto ogni rapporto con il padre quando aveva solo undici anni, cercando di blindarsi da attacchi “pirotecnici” sulla sua biografia), dall’altro la sua azione di governo, incentrata secondo le sue parole sul mantenimento del carcere duro contro chi invece, durante l’emergenza Covid, avrebbe favorito la scarcerazione dei boss.
“Sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze”, ha scritto la premier, rivendicando la normalità di un selfie scattato a un militante durante un comizio. La sua narrazione, però, si scontra con la versione fornita dalla trasmissione Report e dai quotidiani che hanno avuto accesso agli atti dell’indagine: secondo queste fonti, Amico non era un semplice simpatizzante anonimo, ma un uomo già noto alle forze dell’ordine (aveva precedenti per ricettazione e truffa) e, cosa più rilevante, un ospite che alcuni parlamentari avrebbero fatto accomodare nei luoghi istituzionali.
L’inchiesta Hydra e il ruolo del pentito
Per comprendere la portata dell’imbarazzo politico, è necessario inquadrare la figura di Gioacchino Amico all’interno del processo Hydra, che rappresenta uno degli sforzi investigativi più imponenti degli ultimi anni contro la criminalità organizzata al Nord. Nato a Canicattì nel 1986, il quarantenne è considerato dagli inquirenti un tassello fondamentale per capire come le tre grandi mafie italiane abbiano trovato un punto d’incontro in Lombardia, spartendosi appalti, riciclaggio di denaro e traffico di droga. Nelle sue deposizioni, ha parlato di un sistema in grado di “infiltrarsi ovunque”, e la sua scelta di collaborare è stata giustificata proprio dalla volontà di spezzare questi meccanismi perversi che, secondo la Dda, minano la trasparenza del mercato e delle istituzioni.
Nonostante l’assoluta mancanza, al momento, di elementi certi che provino un’intermediazione diretta della presidente del Consiglio a favore del presunto referente camorrista, il fatto politico rimane sulla scrivania delle commissioni parlamentari. I membri dell’Antimafia hanno già annunciato interrogazioni e richieste di documenti, mentre dall’altra parte della barricata si continua a rivendicare la matrice di una “operazione giornalistica” finalizzata a delegittimare l’esecutivo. La verità giudiziaria, così come quella materiale dell’esistenza o meno di un badge per entrare alla Camera, resta al momento l’unico banco di prova per stabilire se si sia trattato di una tragica fatalità fotografica o di un’ombra più lunga proiettata dal clan Senese sulla politica nazionale.




