Il selfie e i silenzi: l’ombra del clan Senese si allunga su Meloni e i vertici di FdI

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Redazione Interno Redazione Interno   -   ROMA – Non è tanto la cornice patinata dell’hotel Marriott di Milano, né la folla di militanti accalcati per un selfie, il vero nodo politico emerso dall’ultima inchiesta di Report. Ciò che fa tremare i palazzi romani, a ben vedere, è la sovrapposizione inquietante tra i volti noti della destra italiana e la “zona grigia” della criminalità organizzata. La fotografia che ritrae Giorgia Meloni accanto a Gioacchino Amico – oggi collaboratore di giustizia ma all’epoca (era il 2 febbraio 2019) già considerato un referente del clan camorristico Senese in Lombardia – rappresenta soltanto la punta di un iceberg investigativo che la procura di Milano ha battezzato con il nome di “Hydra”. E mentre la premier, chiamata in causa direttamente, oppone uno scudo di indignazione definendo “squallidi” gli attacchi di una certa informazione, i verbali custoditi nella Dda milanese restituiscono l’immagine di un partito, Fratelli d’Italia, permeabile al punto da intercettare le simpatie (e la tessera) di un presunto boss.

La genesi dello scandalo affonda le radici in un pentimento tardivo, quello di Amico, che lo scorso 3 febbraio ha deciso di vuotare il sacco in una località segreta. Ufficialmente un commerciante all’ingrosso di frutta e verdura, il quarantenne di origini siciliane avrebbe invece avuto un ruolo attivo nel presunto “sistema mafioso lombardo”, un crocevia di affari sporchi che metteva assieme camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra. Tra i suoi “vanti” – registrati in intercettazioni finite agli atti – c’era l’esibizione di un tesserino di Fratelli d’Italia: “Mi è arrivata la tessera di partito”, diceva al telefono con un complice, come se quella tessera fosse un lasciapassare per l’agibilità politica del territorio.

I silenzi della Camera e i nomi degli “amici” di Palazzo

Al di là dello scatto con la premier, che la procura sta comunque valutando per escludere l’ipotesi di un fotomontaggio (visto che l’immagine non risulta allegata al fascicolo d’indagine), la vicenda assume contorni giudiziari più precisi quando si parla di accessi a Montecitorio. Nei suoi interrogatori, il neo collaboratore di giustizia ha sostenuto di essersi mosso dentro il Parlamento con una disinvoltura tale da far pensare al possesso di un badge o di un accredito permanente. Sebbene la Camera abbia prontamente smentito il rilascio di un tesserino ufficiale intestato ad Amico, la sola circostanza che un profilo come il suo potesse varcare i cancelli dell’istituzione solleva interrogativi pesanti.

Non si tratta, poi, di un’amicizia isolata. Le carte dell’inchiesta “Hydra” hanno restituito i nomi di una quindicina di politici locali e nazionali, quasi tutti riconducibili all’area del centrodestra, che avrebbero intrattenuto rapporti più o meno sporadici con il clan. Tra questi spiccano – senza che per nessuno di loro sia stata ipotizzata a oggi l’iscrizione nel registro degli indagati – figure di primo piano del partito come la sottosegretaria Paola Frassinetti e la senatrice Carmela Bucalo, oltre a nomi del leghismo e di Forza Italia. E c’è chi, come l’ex deputato Carlo Fidanza, è stato immortalato mentre salutava pubblicamente Amico dal palco di un congresso, un dettaglio che la trasmissione di Sigfrido Ranucci ha ricostruito per dimostrare come la frequentazione non fosse affatto clandestina.

La difesa a muso duro della premier

In una girandola di dichiarazioni roventi, Giorgia Meloni ha scelto la strada della frontalità più assoluta, evitando qualsiasi cedimento alle richieste di chiarimento che arrivano dalle opposizioni. “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo”, ha tuonato la presidente del Consiglio in un lungo post social, ribadendo che chi fa politica e sta in mezzo alla gente finisce inevitabilmente per collezionare migliaia di selfie, anche con persone sgradite. Attaccando direttamente la stampa (e menzionando un fantomatico “coordinamento” tra testate come Repubblica, Fatto Quotidiano e Fanpage), la premier ha rigirato l’accusa, sostenendo che si tratti solo di “fango nel ventilatore” per danneggiare l’esecutivo.

Eppure, la replica non ha placato l’onda emotiva che si è abbattuta sugli scranni di Montecitorio. Il Partito Democratico, attraverso i suoi rappresentanti in commissione Antimafia, ha annunciato interrogazioni parlamentari, chiedendo alla premier di fare piena luce non tanto sull’autenticità dello scatto, quanto sul sistema di relazioni che ha permesso ad Amico di accedere agli ambienti istituzionali. “Come mai – si chiedono i dem – poteva entrare in Parlamento? Di quali interessi si faceva portatore?”.

Il precedente Delmastro e la rete dei contatti

Non si tratta, per la segreteria del Partito Democratico e per il Movimento 5 Stelle, di un caso isolato. Il riferimento implicito corre alla bufera che aveva travolto l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, finito nell’occhio del ciclone (e poi dimessosi) per i suoi legami con Mauro Caroccia, figura ritenuta vicina proprio al clan Senese. Quello che all’opposizione appare come un “modus operandi” è la capacità della criminalità organizzata di annidarsi nei gangli dell’economia e della politica locale, un meccanismo che la Dda di Milano sta cercando di smantellare attraverso il maxi-processo che coinvolge i 45 imputati di “Hydra”.

Amico, che ora vive in una località protetta anche per timore di ritorsioni (“sono perfettamente a conoscenza dei vari tentativi di uccidermi”, ha confessato ai magistrati), potrebbe diventare un testimone chiave per capire fino a dove arrivasse questa infiltrazione. Ma per ora, mentre la procura valuta eventuali sviluppi sulla foto incriminata, la politica resta in attesa. L’unica certezza, al momento, è che il selfie del 2019 ha riacceso i riflettori su un cantiere giudiziario ancora aperto, dove la linea di demarcazione tra la legalità e le “zone grigie” è più sottile di quanto si creda.

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