La “redazione unica” e l’assalto al selfie: il caso Amico, la fronda dell’Antimafia e il fantasma del tesserino

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un’immagine, ferma al 2 febbraio 2019, che è tornata a scorrere come un fiume carsico nella primavera politica di quest’anno; la si vedeva in quell’hotel Marriott di Milano, dove Fratelli d’Italia cercava la sua consacrazione al Nord in vista delle Europee, e dove, tra la folla di militanti e dirigenti, spuntava il volto di un uomo – Gioacchino Amico – che all’epoca, è bene ricordarlo, non era ancora stato incastrato nelle maglie del maxi-processo Hydra. È lui, oggi definito dagli inquirenti come un “referente” del clan Senese in Lombardia, il fulcro di una bufera che investe Palazzo Chigi, scatenata dalle anticipazioni della trasmissione “Report” e subito ribattezzata dalla premier come l’ennesimo attacco di una “redazione unica” – quella che unisce, secondo la sua lettura, testate come Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Fanpage e lo stesso programma di Sigfrido Ranucci – tutte accomunate, a suo dire, da una sorta di “immunità antifascista” che le renderebbe intoccabili ma anche, aggiungono i maligni, particolarmente aggressive.

La premier, difendendosi con la consueta verve, ha parlato di un’“ondata di fango” mediatica, specificando che quel selfie – uno tra le decine di migliaia scattati nella sua carriera – non può provare alcuna vicinanza a certe ambienti, tanto più che lei stessa, come ha tenuto a precisare, avrebbe interrotto ogni rapporto con il padre all’età di undici anni, senza però che questo dettaglio biografico riuscisse a fermare i “pirotecnici collegamenti” orchestrati dalla stampa. Tuttavia, a rendere il caso meno epidermico di una semplice foto ricordo non è tanto lo scatto in sé, quanto ciò che vi si cela dietro: le dichiarazioni – rese agli investigatori dallo stesso Amico dopo la sua scelta di collaborare con la giustizia – secondo le quali l’uomo avrebbe avuto a disposizione un tesserino o un accredito speciale per entrare e uscire da Montecitorio come se fosse un habitué, eludendo i normali controlli di sicurezza.

Dall’indagine Hydra ai palazzi romani: i dossier che accendono lo scontro politico

Se il fronte mediatico ribolle, quello giudiziario e parlamentare promette scintille ancor più violente. L’inchiesta Hydra, che ha radiografato le alleanze tra ‘ndrangheta, camorra e Cosa Nostra nella loro espansione lombarda, ha restituito un profilo di Gioacchino Amico che va ben oltre quello del semplice “pacifico” cittadino immortalato in un selfie. Le intercettazioni lo descrivono come un ago della bilancia nei rapporti tra la malavita organizzata e il territorio, e gli inquirenti starebbero ora verificando la veridicità dei suoi racconti riguardo ai presunti accessi in Parlamento. La circostanza è così grave che il Partito Democratico, attraverso i suoi componenti in commissione Antimafia – Verini, Serracchiani e Rando su tutti – ha già annunciato interrogazioni e un’azione massiccia per vederci chiaro, chiedendo a gran voce chi abbia autorizzato quegli ingressi e quali interessi portasse in dote quell’ospito scomodo.

La replica della Camera dei deputati, che con una nota secca ha smentito il rilascio di “qualsiasi tesserino permanente” intestato ad Amico, ha tentato di arginare la falla, ma non ha spento le polemiche. Per l’opposizione, infatti, il nodo non è solo l’accesso fisico all’aula, ma la “permeabilità” di certi ambienti politici: dopo il caso Delmastro – l’ex sottosegretario finito nell’occhio del ciclone per i suoi legami con un presunto prestanome del clan Senese – ecco riaffiorare i contatti di Amico con esponenti di spicco del partito, dalla sottosegretaria Frassinetti fino a un presunto avvicinamento a Carlo Fidanza, tutti episodi che, secondo i detrattori, non possono essere liquidati come semplici coincidenze.

Un mafioso per amico: il racconto di una frequentazione scomoda

Se la leader di FdI rivendica con forza il proprio operato contro le mafie – citando i numeri del carcere duro e lo smantellamento di presunti privilegi concessi ai boss in passato – dall’altra parte resta l’imbarazzo per la leggerezza con cui, a suo tempo, è stata gestita la presenza di un personaggio dai contorni tanto oscuri. Nessuno contesta la buona fede del singolo scatto, ma gli inquirenti stanno ora valutando se dietro quelle frequentazioni ci sia stato qualcosa di più strutturato; è proprio su questo crinale che si gioca la credibilità della narrazione di Palazzo Chigi, costretta a difendersi non tanto dalla foto, quanto dal contesto che la avvolge.

Le inchieste e gli sviluppi giudiziari: cosa bolle in pentola

A gettare benzina sul fuoco ci pensa la conferma che l’autorità inquirente sta vagliando con attenzione la pista degli accrediti parlamentari: Amico avrebbe sostenuto di possedere un badge che gli apriva le porte di Montecitorio senza dover mostrare i documenti, una circostanza che, se verificata, trasformerebbe l’intera vicenda da semplice episodio di malcostume a potenziale caso di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni. La commissione Antimafia, spinta dalle opposizioni ma anche da qualche voce interna alla maggioranza, sembra intenzionata a non archiviare in fretta la pratica, anche perché il caso Delmastro – chiusosi con le sue dimissioni – ha lasciato strascichi politici non indifferenti e un’aria di sospetto che aleggia sui rapporti tra destra e criminalità organizzata.

Mentre i riflettori si spengono sulla messa in onda del reportage, la politica prova a incassare il colpo: Giorgia Meloni, pur non mostrandosi intimorita, ha di fatto attivato una strategia di contro-informazione molto aggressiva, tentando di spostare l’asse del dibattito sulla presunta “parzialità” dei media, una narrazione che finora ha funzionato bene nel raccogliere consensi nella sua base elettorale. Ma la magistratura, si sa, non segue i tempi della comunicazione politica, e le carte del processo Hydra continuano a girare, alimentando l’attesa per eventuali sviluppi che potrebbero riguardare non solo i vertici del clan, ma anche chi, in passato, ne ha incrociato la strada senza battere ciglio.

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