Gioacchino Amico, il pentito di Hydra e i rapporti con la politica: l’ombra del selfie con Meloni
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Redazione Interno
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Le 136 pagine del verbale depositato il 3 febbraio scorso – rese note parzialmente solo il 19 marzo durante un’udienza – raccontano la genesi di una scelta, quella di Gioacchino Amico, che ha deciso di collaborare con la giustizia dopo pochi mesi di reclusione nel carcere di Pagliarelli, a Palermo. Una decisione, la sua, dettata da motivazioni personali più che da un’astratta presa di coscienza: le condizioni di salute della madre, ormai molto malata, e la volontà di sottrarre la moglie, Federica Buccafusca, a un destino giudiziario che lui stesso ammette di averle “trascinato” addosso. Amico, che formalmente si presentava come commerciante all’ingrosso di frutta e verdura, era in realtà considerato dagli inquirenti un referente del clan camorristico dei Senese in Lombardia, un ingranaggio cruciale nel cosiddetto “sistema mafioso lombardo” che la procura di Milano ha scoperchiato con l’inchiesta Hydra. Un sistema, quest’ultimo, che ha già prodotto numeri impressionanti in sede di rito abbreviato: 62 condanne complessive che hanno portato a cumulare oltre 500 anni di carcere, un dato che restituisce la dimensione del fenomeno e la capacità di penetrazione di un’alleanza che tiene insieme camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra.
Selfie, tessere di partito e l’accesso a Montecitorio
Ciò che oggi accende i riflettori non è solo il ruolo criminale di Amico, ma la rete di relazioni politiche che il pentito avrebbe intessuto nel tempo, in particolare con esponenti di Fratelli d’Italia. Il dettaglio che ha maggiormente alimentato il dibattito pubblico è un selfie risalente al 2 febbraio 2019, scattato all’Hotel Marriott di Milano durante una convention del partito in vista delle elezioni europee. Nello scatto, pubblicato dalla trasmissione “Report”, si vede la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, affiancata da Amico, che in quel momento – sebbene già gravato da precedenti per ricettazione e arresti per truffa – non era ancora formalmente indagato per associazione mafiosa. La premier ha risposto all’ondata di critiche con una netta presa di posizione, rivendicando un “impegno cristallino, coerente e duraturo” contro le mafie e liquidando lo scatto come uno dei tanti selfie concessi in anni di carriera politica, sottolineando anzi l’esistenza di “decine di migliaia” di foto simili.
Tuttavia, a rendere la vicenda meno lineare non è tanto l’immagine in sé, quanto la mole di dichiarazioni e intercettazioni che emergono dai fascicoli. Amico, in un contatto risalente al 16 giugno 2020, avrebbe millantato di avere ricevuto la tessera del partito (“Mi è arrivata la tessera di partito… Fratelli D’Italia”), utilizzando questa presunta affiliazione come leva per discutere di apparentamenti politici in vista delle amministrative a Canicattì, suo paese d’origine. Più grave ancora, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e ripreso dai programmi d’inchiesta, sarebbe la circostanza relativa ai suoi spostamenti: lo stesso Amico avrebbe raccontato di aver avuto a disposizione un “tesserino” o un accredito speciale che gli permetteva di entrare e uscire dalla Camera dei deputati senza i normali controlli. Sebbene la Camera abbia ufficialmente smentito il rilascio di un badge permanente intestato ad Amico, l’opposizione – in particolare il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle – ha chiesto chiarimenti, annunciando interrogazioni parlamentari per verificare l’esistenza di presunti “accompagnatori” interni che avrebbero favorito l’accesso dell’uomo ai palazzi della politica.
Le figure chiave e il reticolo lombardo
All’interno delle carte dell’inchiesta Hydra – un’indagine che ha disegnato una fitta rete di affari illeciti, narcotraffico e infiltrazioni nelleconomia legale – vengono menzionati i nomi di una quindicina di politici, prevalentemente di area centrodestra, con i quali Amico sarebbe entrato in contatto. Tra questi figurano la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti e la senatrice Carmela Bucalo, entrambe di Fratelli d’Italia, che avrebbero intrattenuto rapporti più o meno occasionali con il presunto camorrista. La strategia difensiva degli esponenti coinvolti è finora stata improntata a una netta presa di distanza: si parla di conoscenze superficiali, di contatti dovuti alla semplice partecipazione a eventi pubblici o di millanterie messe in atto dal pentito per accreditarsi come uomo d’affari. In particolare, la senatrice Bucalo ha sostenuto di aver incontrato Amico per un breve lasso di tempo, senza averne mai compreso la reale natura criminale, mentre la sottosegretaria Frassinetti ha affidato ai legali il compito di sottolineare l’estraneità del partito a qualsiasi collusione.
D’altra parte, la scelta di Amico di collaborare – formalizzata il 3 febbraio 2025 – getta una luce sinistra sulla reale operatività delle mafie al Nord. La sua stessa testimonianza, stralciata nei verbali, parla di una “gente in libertà molto feroce”, capace di infiltrarsi ovunque e pronta a colpire chi tradisce. I pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, che hanno coordinato le indagini con il procuratore Marcello Viola, hanno introdotto nel dibattimento il concetto di “immanente mafiosità”, un’alleanza strutturale e non episodica in cui ogni organizzazione mantiene la sua specificità identitaria (cosa nostra, ‘ndrangheta o camorra) ma agisce all’unisono per spartirsi gli appalti e riciclare denaro. In questo contesto, il ruolo di Amico era quello di “anello di congiunzione”, un mediatore capace di mettere d’accordo i diversi sodalizi, avvalendosi anche di una rete di protezione politica che, almeno stando alle sue dichiarazioni e ai controlli incrociati, sembrava garantirgli una certa impunità.
Le verifiche della procura e il caso del selfie mancante
Un ulteriore elemento tecnico ha contribuito a ingarbugliare il quadro politico-mediatico. Secondo le verifiche effettuate dalla procura di Milano e riportate dall’agenzia Ansa, la fotografia che ritrae Meloni accanto ad Amico non sarebbe materialmente presente negli atti dell’inchiesta Hydra. I magistrati, infatti, avrebbero confermato che l’immagine non fa parte del fascicolo, e non è escluso che vengano disposti accertamenti specifici per verificare l’autenticità dello scatto, valutando persino l’ipotesi – al momento solo teorica – di un fotomontaggio. Questa precisazione non cancella però la sostanza delle conversazioni intercettate e delle dichiarazioni del pentito, che restano agli atti come fonte di prova.
Mentre la macchina giudiziaria continua il suo corso in un’aula bunker blindata, la politica si divide tra chi chiede trasparenza e chi invoca la presunzione di innocenza o la normalità del contatto con i cittadini. La premier Meloni ha scelto di non arretrare di un millimetro, attaccando quella che definisce una “grancassa mediatica” orchestrata per gettare fango sull’esecutivo, mentre le opposizioni incalzano per sapere se il partito di governo abbia avuto o meno “soggetti infiltrati” o, peggio, fiancheggiatori inconsapevoli. La verità giudiziaria, inevitabilmente, farà chiarezza solo dopo che i pm avranno concluso l’esame incrociato delle rivelazioni di Amico e degli altri eventuali pentiti, verificando la fondatezza di accuse che, per ora, scuotono solo il Palazzo ma che potrebbero avere ricadute pesanti sul tessuto economico e sociale della Lombardia.




