Gioacchino Amico, il pentito di Hydra che accusa il “sistema mafioso lombardo”
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Redazione Interno
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L’aula bunker antistante il carcere di San Vittore si è riempita di avvocati, magistrati e personale delle scorte, mentre le gabbie destinate agli imputati restavano vuote, occupate solo dalle immagini dei video collegamenti dal carcere. Si è aperto così, con la rituale costituzione delle parti, il maxi processo con rito ordinario scaturito dall’inchiesta Hydra, quella che la Procura di Milano ha definito l’indagine sul “sistema mafioso lombardo” – un’alleanza operativa tra esponenti di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra per fare affari nel Nord Italia. Un’udienza che, però, ha subito registrato un colpo di scena destinato a pesare sugli sviluppi del dibattimento: l’ingresso agli atti delle dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Gioacchino Amico, considerato un vertice del clan dei Senese per conto della camorra romana.
La scelta di Amico, quarantenne commerciante di frutta e verdura originario di Canicattì, è arrivata dopo un lungo periodo di detenzione, iniziata nell’ottobre 2023 con l’esecuzione delle misure cautelari nel carcere di Pagliarelli, a Palermo. Ai pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, che hanno condotto le indagini insieme al Nucleo investigativo dei carabinieri, Amico ha consegnato verbali in cui motiva la sua decisione con la necessità di uscire da una vita criminale che, ha ammesso, aveva trascinato anche la sua famiglia. “Sono perfettamente a conoscenza dei vari tentativi di uccidermi – ha dichiarato il neo collaboratore – e la mia scelta è tesa a garantire anche la mia incolumità. Lo posso fare soltanto cambiando vita”.
Le sue parole, depositate nell’interrogatorio del 3 febbraio scorso e ora acquisite al fascicolo del dibattimento, offrono uno spaccato inquietante della permeabilità del sodalizio criminale. Amico ha descritto un’organizzazione capace di operare in piena libertà su più fronti, sottolineando come ci siano “gente in libertà che è molto feroce”, soggetti che – secondo quanto riferito – hanno la capacità di “infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale”, inclusa la politica e, circostanza ancora più grave per la sicurezza degli inquirenti, “con alcuni componenti delle forze dell’ordine dove hanno notizie e novità”. L’ex vertice del “gruppo Senese” ha così confermato l’impianto accusatorio già sostenuto dalla Dda, che ipotizza l’esistenza di un consorzio mafioso federato nato nel 2019 per volere dell’ala capitolina rappresentata da Michele Senese, soprannominato ‘O Pazzo, con l’obiettivo dichiarato di sfruttare il territorio milanese perché, nelle parole attribuite ai vertici, “è qua che si fanno le cose giuste”.
Il quadro giudiziario e l’ombra del suicidio di Bernardo Pace
L’avvio del processo ordinario, che vede alla sbarra quarantacinque imputati (tra cui figure di spicco come Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro, e il presunto boss della ‘ndrangheta Santo Crea), si inserisce in un contesto giudiziario già segnato da pesanti condanne. La scorsa stagione, il Gup Emanuele Mancini aveva infatti emesso una sentenza storica per il primo troncone del procedimento, quello relativo ai riti alternativi. Su 145 posizioni esaminate, sessantadue imputati avevano patito condanne che complessivamente superano i cinquecento anni di carcere, con pene individuali fino a sedici anni di reclusione per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Un risultato che, di fatto, ha ribaltato la precedente ordinanza del gip Tommaso Perna, il quale nel 2023 aveva accolto solo undici delle centoquarantatré richieste di arresto avanzate dai pm, bocciando l’ipotesi del “consorzio” tra le tre mafie. Una decisione poi superata dal Tribunale del Riesame e dalla Cassazione, che hanno invece dato ragione all’accusa.
Sul dibattimento in corso, tuttavia, incombe anche la tragica vicenda di un altro collaboratore. Bernardo Pace, settantaduenne legato al mandamento di Castelvetrano e condannato a quattordici anni nel primo procedimento, si è suicidato il 16 marzo nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, dove era stato trasferito dopo l’inizio della collaborazione con la Dda milanese. Le dichiarazioni che Pace aveva reso il 19 febbraio, contenute in un verbale di otto pagine, sono state comunque depositate in aula dalla procura. In quelle pagine, tuttavia, sono stati apposti consistenti omissis su passaggi riguardanti presunti rapporti tra esponenti mafiosi e “politici locali o nazionali”, oscurati per consentire ulteriori accertamenti investigativi.
Un sistema di alleanze sotto la lente della magistratura
Il concetto giuridico al centro del processo Hydra, definito dalla stessa pubblica accusa come “immanente mafiosità”, rappresenta un tentativo di fotografare una struttura criminale fluida ma estremamente pericolosa. Non si tratta, secondo la ricostruzione della pm Cerreti, di una “mafia nuova” o “delocalizzata”, ma di un’associazione in cui i rappresentanti delle tre consorterie storiche operano in Lombardia mantenendo ciascuno la propria specifica capacità mafiosa, potenziata però dalla sinergia dell’unione. La collaborazione tra i sodalizi – che spazia dal traffico di stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana) al riciclaggio di denaro attraverso società fittiziamente intestate – avrebbe trovato linfa vitale in decine di summit organizzati tra Milano e Varese nel biennio 2020-2021, durante i quali venivano spartiti gli appalti e decisi gli affari più redditizi.
Gioacchino Amico, con le sue dichiarazioni, ha offerto un tassello ulteriore alla ricostruzione della struttura di vertice di questo sistema. Il suo ruolo nel “gruppo Senese”, attivo tra Roma e Milano, lo collocava in una posizione privilegiata per osservare i meccanismi di coordinamento. Il suo pentimento, che si aggiunge a quelli di Saverio Pintaudi, William Cerbo e Francesco Bellusci, arriva in un momento cruciale per il dibattimento, fissato alla prossima udienza del 30 aprile. La sua testimonianza, se ritenuta attendibile, potrebbe consolidare definitivamente in sede dibattimentale il principio – già affermato in sede cautelare e confermato dalle condanne in abbreviato – che a Milano e in Lombardia le storiche organizzazioni mafiose abbiano trovato non solo un terreno fertile per gli affari, ma anche un luogo dove costruire un inedito e pericoloso patto di reciproca assistenza.




