Gioacchino Amico si pente, il processo Hydra si apre con due colpi di scena

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’aula bunker antistante il carcere di San Vittore, ieri, si è presentata con le consuete paratie a presidiare l’ingresso, i controlli ai metal detector a scandire il ritmo di un accesso che per definizione non ammette distrazioni, e un viavai di avvocati, magistrati, personale delle scorte e semplici cittadini accorsi a seguire l’udienza. All’interno, dietro le gabbie rimaste vuote, i volti degli imputati sono apparsi solo sugli schermi: i detenuti, infatti, hanno partecipato in video collegamento dal carcere, in un’aula che per l’occasione si è fatta contenitore di un rito processuale destinato a fare da spartiacque nella ricostruzione giudiziaria delle dinamiche criminali nel Nord Italia. Si è dato così ufficialmente il via al maxi-processo con rito ordinario scaturito dall’inchiesta Hydra, quella che per prima ha scoperchiato il cosiddetto “sistema mafioso lombardo”, cioè l’alleanza tra esponenti di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra per spartire affari, appalti e territori in Lombardia.

L’ombra di Messina Denaro e la regia del Consorzio

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riaffiorato ieri tra le prime dichiarazioni rese agli atti, quell’alleanza – che secondo alcuni investigatori potrebbe estendersi fino a includere anche la criminalità organizzata albanese – operava sotto l’egida di Matteo Messina Denaro. Del boss di Cosa nostra, morto nel 2023 dopo un lungo periodo di latitanza, si parla come di una sorta di garante di vertice per le attività nel milanese: un ruolo di coordinamento, quello descritto, che lo avrebbe visto coinvolto in riunioni e incontri nella regione. A dare a queste tesi, nel primo giorno di dibattimento, sono stati i verbali di un nuovo collaboratore di giustizia, il quinto inseritosi nel fascicolo, le cui dichiarazioni sono in parte ancora coperte da omissis. Proprio sotto quelle righe oscurate – si è potuto intuire – si celano risposte su eventuali “rapporti con politici” e su presunti viaggi milanesi dello stesso Messina Denaro, suggerendo un livello di infiltrazione e una capacità di movimento che finora le indagini avevano solo ipotizzato.

Il pentimento di Gioacchino Amico, delegato del clan Senese

Il primo, vero colpo di scena di questa apertura di dibattimento ha però un nome e un ruolo ben precisi: Gioacchino Amico. Quarantenne, considerato un esponente di vertice del clan Senese, Amico ha scelto da qualche settimana di collaborare con la procura milanese, diventando così un tassello fondamentale per la procura. La sua figura, descritta come “membro apicale del presunto vertice mafioso” nel contesto lombardo, si aggiunge al quadro già complesso di chi ha deciso di rompere il patto di omertà. Le sue dichiarazioni, ieri appena affiorate nel dibattito, rappresentano un’accelerazione potente per il processo, perché vanno a corroborare l’impianto accusatorio secondo cui il sistema criminale lombardo non fosse una semplice sommatoria di singole azioni delinquenziali, ma una struttura organizzata con ruoli, deleghe e una regia unitaria.

La richiesta di trasferimento e l’ombra del suicidio in carcere

Se da un lato la procura ha messo sul piatto le parole di Amico e le carte coperte dagli omissis, dall’altro lato il fronte della difesa ha reagito con un’iniziativa giudiziaria di peso. Uno dei principali imputati, Rosario Abilone, ha infatti presentato istanza alla Corte di Cassazione per chiedere lo spostamento del processo da Milano. La motivazione addotta risiede in una presunta “mancata serenità” della sede giudiziaria, condizionata – secondo la difesa – dal comunicato emesso il 13 gennaio dai presidenti del Tribunale. Quel comunicato faceva il punto su una tornata di giudizi del gup Emanuele Mancini nel rito abbreviato, che aveva portato a 62 condanne per un totale di cinque secoli di reclusione, con 18 assoluzioni. Per la difesa, quell’intervento avrebbe compromesso l’imparzialità dell’ambiente giudicante. A rendere ancora più complesso il quadro investigativo, inoltre, è la recente scomparsa di un quarto collaboratore di giustizia, suicidatosi nel carcere di Torino, un evento che ha gettato un’ombra di inquietudine sull’intero scenario delle dichiarazioni rese in questi mesi.

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