Gioacchino Amico si pente, al via il processo Hydra tra colpi di scena e omissis

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nell’aula bunker che sorge di fronte al carcere di San Vittore, blindata da controlli e metal detector, si è aperto il maxi processo scaturito dall’inchiesta Hydra. Un’udienza che, come spesso accade nei procedimenti di questa portata, ha riservato fin da subito un’atmosfera densa di attese e qualche inattesa piega investigativa. Le gabbie per i detenuti sono rimaste vuote: gli imputati, infatti, hanno seguito i lavori in videocollegamento dalle rispettive case circondariali, mentre l’aula si riempiva di avvocati, magistrati, personale della scorta e rappresentanti della cosiddetta società civile costituitasi parte civile. Sul banco degli imputati ci sono quarantacinque persone accusate, a vario Titolo, di far parte di quel “sistema mafioso lombardo” che – secondo l’accusa – rappresenterebbe un’alleanza operativa tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra per spartirsi affari, appalti e traffici illeciti nel Nord Italia.

La giornata in aula ha registrato un vero e proprio scossone con l’ingresso agli atti di nuovi atti d’accusa. La procura, nelle mani dei magistrati Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, ha depositato i verbali di un quinto collaboratore di giustizia, un nome che si aggiunge al novero dei pentiti che hanno scelto di rompere il patto omertoso. Si tratta di Gioacchino Amico, figura ritenuta di vertice per conto del clan camorristico dei Senese all’interno di quell’alleanza tra le tre mafie. Le sue dichiarazioni, rese nel corso dell’interrogatorio protetto, tracciano un quadro inquietante: “C’è gente libera che è molto feroce”, ha affermato ai pm, specificando che tali soggetti sarebbero “in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale”, menzionando esplicitamente capacità di condizionamento in politica e, secondo quanto si legge tra le righe dei verbali, persino il rischio di infiltrazioni in alcuni settori delle forze dell’ordine. Un quadro che, se confermato, darebbe alla tesi della Procura sulla pervasività del sodalizio criminale.

Se l’arrivo di Amico rappresenta una novità di rilievo, sul tavolo dei giudici è finito anche il materiale probatorio più delicato, quello legato alla figura di Bernardo Pace. Quest’ultimo, quarto collaboratore dell’inchiesta, si era avvicinato alla giustizia dopo la condanna in abbreviato, ma ha trovato la morte impiccandosi nel carcere di Torino nei giorni scorsi. Proprio per la sua condizione di ex collaboratore, il materiale da lui fornito è ora al centro dell’attenzione: nei fascicoli depositati spiccano otto pagine interamente oscurate, coperte da omissis che, secondo quanto trapela, riguarderebbero capitoli scottanti come i “rapporti con politici” locali o nazionali, oltre a confidenze relative agli spostamenti milanesi dell’ex superlatitante di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, quando ancora era in vita. Un mare di omissis che, per ora, lascia intravedere solo la punta di un iceberg investigativo destinato a essere esplorato nei prossimi mesi.

Sul fronte processuale, non mancano le tensioni procedurali che accompagnano ogni maxi processo. Per uno dei principali imputati, Rosario Abilone, i difensori hanno formalizzato istanza alla Cassazione per chiedere lo spostamento del processo da Milano. La richiesta si basa sull’asserita mancanza di serenità del foro milanese, argomentata con riferimento al comunicato diffuso lo scorso 13 gennaio dai presidenti del Tribunale. Quel comunicato faceva il punto sulle sessantadue condanne – per un totale di circa cinquecento anni di carcere – e sulle diciotto assoluzioni emesse dal gup Emanuele Mancini nel rito abbreviato, un precedente che secondo la difesa avrebbe compromesso l’imparzialità del giudizio in sede ordinaria. Un braccio di ferro giudiziario che si inserisce in un percorso già accidentato: basti ricordare che l’impianto accusatorio originario, sostenuto dai pm, era stato inizialmente bocciato dal gip Tommaso Perna nel 2023, il quale accolse solo undici delle centoquarantatré richieste di arresto. Solo successivamente, l’intervento del Tribunale del Riesame e della Cassazione ribaltò quella decisione, riconoscendo la sussistenza del reato associativo mafioso e ordinando le misure cautelari.

Il “sistema mafioso lombardo” e la strategia delle alleanze

Al centro del dibattimento c’è dunque il riconoscimento giuridico di un fenomeno che gli inquirenti definiscono “sistema mafioso lombardo”. Non si tratta, come precisato in aula dalle stesse fonti giudiziarie, di una “mafia nuova” o di una “mafia delocalizzata”, bensì di un’associazione che vede esponenti di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra operare fianco a fianco, mettendo in comune le rispettive capacità di intimidazione e controllo per impadronirsi del mercato economico del Nord. La caratteristica principale, secondo la ricostruzione della Procura, risiederebbe nell’“immanente mafiosità” del sodalizio: un’entità criminale che non cancella le identità originarie dei clan, ma le fonde in una struttura più ampia, capace di aumentare esponenzialmente la propria pericolosità. A dar credito a questa tesi, oltre alle dichiarazioni dei pentiti, ci sono le tracce di summit intercettati e le modalità di gestione degli affari, che spaziano dal traffico di stupefacenti al riciclaggio attraverso società intestate a prestanome, fino all’infiltrazione nel tessuto economico della regione più ricca d’Italia.

Le ombre sugli omissis e le dinamiche in aula

La prima udienza si è dunque caratterizzata per la stratificazione di materiali probatori, alcuni dei quali destinati a rimanere ancora per lungo tempo sotto la rigida copertura del segreto. Le otto pagine di omissis relative al verbale di Bernardo Pace rappresentano un punto di non ritorno per l’inchiesta: il collaboratore suicida aveva iniziato a parlare solo un mese fa, fornendo dettagli che i magistrati non hanno ancora potuto rendere pubblici per esigenze di ulteriori accertamenti. Le informazioni che trapelano, sebbene frammentarie, disegnano contorni preoccupanti: accanto ai capitoli oscurati su politica e su presunti contatti con l’ex latitante Messina Denaro, emergono riferimenti a rapporti tra le mafie tradizionali e organizzazioni straniere, con cenni a operazioni di riciclaggio che coinvolgerebbero soggetti legati a reti cinesi. Per la Procura, si tratta di elementi che confermano la capacità delle cosche di adattarsi ai contesti più evoluti, senza bisogno di far ricorso alla violenza eclatante che le caratterizzava in passato.

I protagonisti e i fronti caldi del dibattimento

Tra i quarantacinque rinviati a giudizio, spiccano nomi che rappresentano i vertici delle rispettive organizzazioni in Lombardia. Paolo Aurelio Errante Parrino, detenuto al 41bis, parente di Matteo Messina Denaro, è accusato di essere al vertice del mandamento di Cosa nostra. Al suo fianco, in questo processo che si annuncia lungo e complesso, siederanno altri presunti boss di spicco come Santo Crea per la ‘ndrangheta e Giancarlo Vestiti, considerato luogotenente della camorra. Proprio la posizione di quest’ultimo, insieme ad altri imputati, è destinata a intrecciarsi con le novità processuali delle prossime settimane: la procura dovrà decidere se procedere con il deposito immediato dei verbali dei nuovi pentiti o se attendere di riunire al dibattimento la posizione di Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, latitante appena estradato dalla Colombia e già rinviato a giudizio. Un puzzle giudiziario di dimensioni imponenti, dove ogni tassello, che si tratti di un pentito in vita o di un collaboratore morto suicida, finisce per influenzare l’equilibrio di un processo che il sistema giudiziario milanese ha già imparato a conoscere nelle sue molteplici e turbolente fasi cautelari.

Meta Description: Processo Hydra a Milano: il pentito Gioacchino Amico accusa “gente libera molto feroce”. Nell’aula bunker anche gli omissis del collaboratore suicida Bernardo Pace su politica e Messina Denaro.

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