Autostrade, chiusa l’inchiesta sui pedaggi: 38 manager verso il processo per falso in bilancio
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Redazione Economia
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La Procura di Roma ha messo un punto fermo, seppur provvisorio, su una vicenda che affonda le sue radici nelle pieghe della gestione della rete autostradale italiana, notificando l’avviso di conclusione delle indagini a 38 persone. Tra queste figurano, secondo quanto si apprende, ex e attuali vertici della società Autostrade per l’Italia, oltre a membri dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacali che si sono alternati alla guida del gruppo nell’arco temporale compreso tra il 2017 e il 2022. L’inchiesta, che originariamente si concentrava su un ristretto numero di manager riconducibili alla galassia della famiglia Benetton, si è ampliata nel corso degli accertamenti fino a inglobare l’intera filiera decisionale della società.
L’accusa centrale: i pedaggi come risorsa distratta
Il cuore del procedimento penale ruota attorno a una destinazione delle risorse che, secondo la tesi accusatoria, sarebbe stata deviata rispetto agli scopi dichiarati. I pedaggi, ovvero le somme versate dagli automobilisti per l’utilizzo della rete in concessione, costituiscono per legge e per contratto una voce destinata a interventi di manutenzione straordinaria e ammodernamento infrastrutturale. E invece, sostengono gli inquirenti, una parte consistente di quei fondi – si parla di circa 600 milioni di euro – sarebbe stata utilizzata per finalità differenti, primariamente per sostenere la struttura finanziaria della società e, in ultima analisi, per distribuire dividendi agli azionisti. Una distrazione di risorse che, se confermata in sede giudiziaria, configurerebbe l’ipotesi di reato di falso in bilancio, contestato a vario titolo ai 38 indagati.
L’estensione dell’indagine e il perimetro dei vertici
L’indagine, avviata inizialmente con un perimetro ristretto, ha subito una progressiva dilatazione man mano che gli accertamenti della Procura romana, coordinati dal pool reati contro la pubblica amministrazione, portavano alla luce un sistema di scelte e delibere che coinvolgeva i vertici a vari livelli. Il periodo preso in esame, il 2017-2022, coincide con l’ultima fase della gestione riconducibile alla famiglia Benetton, conclusasi con la cessione del pacchetto di controllo ad una cordata guidata da Cassa Depositi e Prestiti, a cui si sono affiancati i fondi Blackstone e Macquarie. Nell’atto notificato vengono ripercorsi i singoli ruoli ricoperti dai manager, dai componenti dei consigli di amministrazione fino ai membri dei collegi sindacali, i quali, secondo l’accusa, avrebbero avuto contezza o quantomeno avrebbero dovuto vigilare sulla destinazione effettiva di quelle risorse.
Le dinamiche gestionali sotto la lente degli inquirenti
La complessità del caso, che ha richiesto un’analisi minuziosa di bilanci, delibere di consiglio e flussi finanziari, risiede nella natura stessa delle operazioni contestate. Gli inquirenti hanno cercato di ricostruire la catena di responsabilità che, partendo dalle strategie dei soci, si sarebbe tradotta in scelte operative capaci di orientare le risorse verso obiettivi di breve periodo, a discapito degli investimenti infrastrutturali a lungo termine. Un meccanismo, quello descritto nel fascicolo, che avrebbe trovato la sua linfa in una gestione finanziaria volta a mantenere elevata la redditività per gli azionisti, utilizzando il flusso di cassa generato dai pedaggi – che per loro natura dovrebbero essere un flusso vincolato – come leva per remunerare il capitale di rischio. L’atto di chiusura delle indagini rappresenta ora il passaggio formale che precede la richiesta di rinvio a giudizio, un passaggio che consegnerà al giudice per l’udienza preliminare il compito di valutare se gli elementi raccolti costituiscano un quadro sufficiente per l’apertura di un dibattimento.




