Domenica delle Palme, tra riti antichi e il senso profondo di una solitudine che interroga

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La data, puntualmente variabile, cade sempre nel giorno che precede la settimana più densa di significati per il credente: oggi, domenica 29 marzo, la tradizione cristiana celebra la Domenica delle Palme, ricorrenza che apre ufficialmente la Settimana Santa, il momento centrale dell’anno liturgico. Questa giornata, lo ricordano i testi evangelici, commemora l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, dove la folla – agitando rami di palma – lo accolse come un sovrano, quasi a prefigurare un regno che di terreno, come si scoprirà pochi giorni dopo, avrebbe avo ben poco. Eppure, paradossalmente, il mistero della croce si è progressivamente allontanato dall’orizzonte cristiano contemporaneo, proiettato com’è verso opere socialmente utili o verso l’impegno politico; valori autentici, intendiamoci, che però non possono prescindere da una comprensione più profonda di quell’abbandono che la passione racconta.

Il simbolo della palma e le sue radici antiche

Già dai primi secoli, in particolare attorno al IV secolo, a Gerusalemme esisteva una tradizione che collegava simbolicamente la palma al racconto della passione; non si trattava di un semplice ornamento, ma di un segno di vittoria e di martirio, una sorta di controcanto rispetto all’umiliazione che stava per compiersi. Quest’anno la solennità cade il 29 marzo, quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale – iniziato con il Mercoledì delle Ceneri – che per cinque domeniche ha preparato i fedeli, tra riflessione e penitenza, agli eventi della Settimana Santa. In Italia, poi, l’ulivo ha sostituito le palme, forse per una questione di disponibilità botanica, ma il gesto conserva intatta la sua forza evocativa: un ramo benedetto che si ripone dietro la porta di casa, a ricordare un’acclamazione che diventerà presto condanna.

Il racconto della passione come chiave di lettura

Un noto studioso ha descritto i Vangeli come “racconti della passione con un’ampia introduzione”, e non c’è da stupirsene: lo spazio dedicato ai due giorni della morte di Gesù supera di gran lunga quello riservato agli anni della sua predicazione. La liturgia di questa domenica, che porta con sé la proclamazione integrale della Passione secondo Matteo (Mt 26,14–27,66), costringe chi ascolta a fare i conti con una narrazione cruda, priva di scorciatoie. La solitudine – quella esperienza umana indescrivibile nella quale spesso ci si imbatte – diventa qui un filo rosso: ci si sente soli proprio perché, certe volte, mancano persino le parole per raccontare ciò che si sta vivendo; e nella solitudine abitano l’angoscia, la paura, quel senso di vuoto che nessuna attività sociale riesce a colmare.

Un silenzio che interroga la fede quotidiana

La croce, nella sua essenza, parla di abissi di tenebra e di abbandono, di una inconsistenza che fa tremare le certezze più solide. Eppure, nella frenesia del quotidiano, si finisce per allontanare questo mistero dall’insegnamento ecclesiale, quasi fosse un ingombro imbarazzante di fronte all’urgenza di costruire una città a misura d’uomo. Ma senza una profonda rilettura di quel silenzio – quello del Venerdì Santo, quando persino il cielo sembra farsi opaco – rischia di perdersi il nocciolo della vicenda cristiana. La Domenica delle Palme, insomma, non è solo una rievocazione festosa: è la porta d’ingresso in una settimana dove l’osanna si trasforma in grido di abbandono, e dove ogni ramo benedetto diventa testimone muto di una fedeltà che non arretra davanti al patibolo.

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