L’ultima missione del sergente Montorio: il parà francese ucciso in Libano e il cordoglio di Mattarella

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia, rimbalzata ieri tra i palazzi del potere europeo, ha il sapore amaro di una beffa crudele. Era la sua “ultima missione prima del congedo”, come hanno raccontato i vertici militari di Parigi, eppure per il sergente maggiore Florian Montorio, 40 anni, veterano del 17° reggimento Genio paracadutisti di Montauban, il campo di battaglia del Sud Libano si è trasformato in una trappola mortale. L’attacco, avvenuto nei pressi del villaggio di Ghanduriyah, ha spezzato la vita di un padre di due figlie che, dopo quasi due decenni di servizio (arruolato a 21 anni), si apprestava a riappendere la divisa per tornare alla vita civile. Un proiettile, esploso a distanza ravvicinata da un gruppo armato ancora in fase di identificazione, lo ha strappato alla sua famiglia e alla sua compagna, mentre i colleghi feriti – due dei quali versano in condizioni critiche – lottano tra la vita e la morte negli ospedali da campo.

Ma al di là della dinamica dell’imboscata, che secondo una prima valutazione dell’Unifil sarebbe stata condotta da “attori non statali” (con il sospetto che ricada pesantemente su Hezbollah, nonostante la smentita ufficiale del partito-armato), ciò che emerge con forza è il vuoto lasciato da un uomo definito “un militare d’eccezione” dai suoi superiori. Lo ricordano per il sangue freddo dimostrato in Afghanistan nel 2010, quando salvò un commilitone ferito guadagnandosi la Croce al valore militare; lo ricordano per la generosità e il carisma, qualità che lo avevano reso un punto di riferimento per le nuove leve del reggimento. Mentre i suoi commilitoni, sotto il fuoco nemico, tentavano invano di rianimarlo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scriveva al collega dell’Eliseo, Emmanuel Macron, parole che suonano come un epitaffio ufficiale.

Il messaggio di Mattarella e la condanna dell’Italia

“Ho appreso con profondo sgomento la triste notizia della morte del sergente capo Florian Montorio”. L’espressione usata dal Capo dello Stato italiano non lascia spazio a fraintendimenti: c’è una “condanna per un gesto inammissibile” che colpisce una missione – quella dell’Unifil – definita da Mattarella come “fondamentale per la stabilità dell’area e presidio del diritto umanitario internazionale”. In quella nota, inviata nella mattinata di sabato, il presidente italiano ha voluto portare “il più sentito cordoglio della Repubblica italiana” alla Francia, unendo il dolore istituzionale a quello personale in un momento in cui la tregua tra Israele e Hezbollah appare più fragile che mai.

L’Italia, che nel contesto della missione Unifil ha sempre avuto un ruolo di primo piano (basti pensare al comando del generale Diodato Abagnara), non si limita a piangere il caduto, ma si schiera al fianco di Parigi nella richiesta di giustizia. Nel mirino delle cancellerie occidentali, infatti, finisce subito l’ombra di Hezbollah. Se da un lato il movimento sciita respinge “qualsiasi collegamento con l’incidente”, invitando a non formulare giudizi affrettati, dall’altro il presidente Macron ha ribadito che “tutto lascia intendere” la loro responsabilità, chiedendo alle autorità libanesi di identificare e perseguire i colpevoli. Una richiesta che riecheggia anche nella nota di Palazzo Chigi, dove si sottolinea la necessità di proteggere i caschi blu, spesso ridotti a bersaglio in un conflitto che non li riguarda direttamente.

Un’imboscata in piena regola e il contesto della tregua violata

A tradire la violenza dell’agguato è stata la ricostruzione fornita dal ministro delle Forze armate francesi, Catherine Vautrin. La pattuglia non è stata colpita da un razzo vagante o da una scheggia lontana: i paracadutisti francesi stavano bonificando la strada da ordigni esplosivi (un’operazione di routine per ristabilire i collegamenti con le postazioni Unifil isolate) quando sono stati fatti oggetto di colpi d’arma da fuoco leggera. Montorio è stato raggiunto in pieno petto a bruciapelo, un colpo netto che non gli ha lasciato scampo. I tre commilitoni che lo accompagnavano, due dei quali gravemente feriti, hanno cercato di portarlo via sotto il fuoco incrociato, ma per lui non c’era più nulla da fare.

Quanto accaduto a Ghanduriyah getta una luce sinistra sulla tenuta del cessate il fuoco entrato in vigore solo 48 ore prima. Nonostante le rassicurazioni diplomatiche, il Sud del Libano resta un polveriera: gli israeliani hanno già tracciato una “linea gialla” di interdizione, colpendo con l’artiglieria i miliziani che tentano di avvicinarsi ai villaggi di confine, mentre Hezbollah continua a considerare l’area come un proprio feudo. In questo quadro, i peacekeeper – italiani, francesi e degli altri paesi contributori – si trovano schiacciati tra due fuochi, diventando vittime sacrificali di una partita geopolitica che li supera.

Il “rimpallo di responsabilità” e le reazioni internazionali

Come spesso accade in questi frangenti, le accuse si rincorrono senza che i colpevoli vengano ufficialmente alla sbarra. Tgcom24 parla di un vero e proprio “rimpallo di responsabilità”. Mentre Parigi e l’Unifil puntano il dito contro i “non-state actors” filoiraniani, a Beirut si registrano timidi passi avanti: il presidente Joseph Aoun e il premier Nawaf Salam hanno assicurato che i responsabili saranno “perseguiti e consegnati alla giustizia”, ordinando un’indagine immediata. La Francia, dal canto suo, esige che le autorità libanesi si assumano le proprie responsabilità, minacciando implicitamente conseguenze diplomatiche se la caccia agli assassini dovesse rivelarsi solo una finzione.

In questo scenario di tensione, non poteva mancare il commento del presidente americano Donald Trump, il quale – in un intervento ripreso dai media italiani – ha ribadito la sua linea dura definendo Israele “un grande alleato, a differenza di altri”. Una dichiarazione che, pur non citando direttamente il Libano, contestualizza l’atteggiamento statunitense in una regione dove gli equilibri cambiano di ora in ora. Sul campo, però, la realtà è più cruda: Montorio è il secondo soldato francese a perdere la vita in Medio Oriente in poco più di un mese (dopo il maresciallo Arnaud Frion ucciso in Iraq il 12 marzo). Un tributo di sangue che riapre la ferita sulla sicurezza delle missioni di pace, quelle stesse missioni per cui il sergente maggiore aveva dato la vita, a un passo dal tornare a casa dalle sue bambine.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.