Libano, imboscata contro i caschi blu francesi: ucciso il sergente Florian Montorio. Macron accusa Hezbollah e chiede arresti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cessate il fuoco, entrato in vigore solo 48 ore fa, non è bastato a mettere al sicuro chi quella tregua dovrebbe presidiare. Nel Sud del Libano, dove la tensione è rimasta palpabile nonostante l’intesa tra Israele e le milizie sciite, una pattuglia dell’Unifil è caduta in un agguato tesole mentre svolgeva una delle operazioni più delicate sul campo: la bonifica di ordigni esplosivi lungo una strada secondaria. L’attacco, avvenuto a distanza ravvicinata nella zona di Deir Kifa, ha strappato la vita al sergente capo Florian Montorio, sottufficiale del 17° reggimento genio paracadutisti di Montauban, ferendo altri tre commilitoni, due dei quali in maniera grave. La dinamica, ricostruita dalle prime fonti militari, parla di un gruppo armato che ha aperto il fuoco con armi leggere colpendo il militare francese in pieno petto mentre lui e la sua unità tentavano di raggiungere un posto di blocco dell’Onu rimasto isolato da giorni.

L’operazione di sminamento e l’agguato a Ghandouriyeh

La missione, rientrante nel contingente francese “Daman”, aveva un obiettivo preciso e ad alto rischio: ripulire un itinerario per ristabilire i collegamenti logistici con una postazione Unifil che i combattimenti tra Hezbollah e le forze israeliane avevano reso inaccessibile. Era, insomma, un lavoro di ricucitura del territorio, reso necessario proprio dalla violenza degli scontri delle scorse settimane. Secondo quanto riferito dalla ministra delle Forze armate francesi, Catherine Vautrin, i soldati stavano operando nei pressi del villaggio di Ghandouriyeh quando sono stati sorpresi da un’imboscata tesa a distanza molto ravvicinata. Il sergente Montorio, colpito direttamente, è stato trascinato via dai compagni sotto il fuoco nemico, ma i tentativi di rianimarlo sono risultati vani. Gli altri tre soldati, feriti nello stesso scambio di colpi, sono stati prontamente evacuati dalle aree di operazione. L’Unifil, in una nota pubblicata sui propri canali ufficiali, ha confermato l’accaduto parlando di “colpi di arma da fuoco sparati da attori non statali” e annunciando l’apertura di un’indagine per fare piena luce sulle responsabilità.

Le reazioni politiche e la richiesta di Parigi

La reazione di Parigi non si è fatta attendere, assumendo immediatamente i toni della fermezza diplomatica. Il presidente Emmanuel Macron, intervenendo direttamente sui social network, ha espresso il rispetto della nazione per il caduto e il sostegno alle famiglie, ma ha aggiunto un passaggio che pesa come un macigno sul già fragile equilibrio libanese: “Tutto lascia pensare che la responsabilità di questo attacco sia di Hezbollah”. Una dichiarazione che, di fatto, ha scoperchiato un vaso di Pandora politico. Il capo dell’Eliseo non si è limitato alle parole di circostanza; ha esplicitamente chiesto alle autorità di Beirut di “arrestare immediatamente i colpevoli” e di assumersi le proprie responsabilità accanto alla missione Onu. Dall’altra parte, Hezbollah ha già fatto sapere di respingere al mittente queste accuse, invitando all’attesa dei risultati dell’inchiesta condotta dall’esercito regolare libanese. La frattura, in un Paese che stenta ad affermare il monopolio della forza nelle sue regioni meridionali, si fa dunque profondissima.

La fragilità della tregua e la sicurezza dei caschi blu

L’episodio sanguinoso arriva in una fase storica particolarmente delicata per la missione Unifil, il cui mandato è in scadenza e la cui efficacia è messa in discussione quotidianamente dalle parti in conflitto. Proprio la fragilità del cessate il fuoco di dieci giorni, negoziato senza la partecipazione diretta della milizia filo-iraniana, aveva già fatto temere il peggio agli osservatori internazionali. Montorio, un sottufficiale con 18 anni di carriera alle spalle e diverse missioni all’attivo, è il secondo militare francese a perdere la vita in Medio Oriente in poco più di un mese, dopo l’uccisione del maresciallo Arnaud Frion in un attacco con drone in Iraq. La sua morte, avvenuta mentre i suoi compagni rispondevano al fuoco per consentire il ripiegamento della pattuglia, rappresenta l’emblema di una missione di pace che, nel Sud del Libano, si trova sempre più spesso a operare sotto tiro, esposta a provocazioni e violenze che rischiano di far naufragare ogni tentativo di stabilizzazione.

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