Borsa, escalation in Medio Oriente: vento da guerra e banche centrali piegano l'Europa
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Redazione Economia
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L’avvio delle contrattazioni sui mercati azionari del Vecchio Continente è stato tutt’altro che incoraggiante, con i listini che hanno immediatamente virato in rosso, riflettendo l’ondata di preoccupazione che ha travolto gli investitori. Il conflitto in Medio Oriente, lungi dal rimanere circoscritto, ha subito una pericolosa escalation che prende di mira direttamente il cuore energetico della regione, e questo ha innescato una reazione a catena sui prezzi delle materie prime e, di riflesso, sugli indici di borsa. La seduta del 19 marzo si è aperta all’insegna della volatilità, con il petrolio Brent che ha toccato quota 115 dollari al barile per poi spingersi oltre, arrivando a sfiorare i 117 dollari, e il gas naturale che ha visto impennare le proprie quotazioni del 23,8% arrivando a 67,7 euro al megawattora, per quanto nelle ore successive si sia registrato un leggero assestamento verso i 70 euro dopo un picco iniziale di 74 euro.
Piazza Affari, in questo scenario di turbolenza, ha accusato uno dei colpi più duri: il Ftse Mib, dopo un avvio in calo dell'1,61%, ha ampliato le perdite fino a toccare un -2,1%, scivolando così sotto la soglia psicologica dei 44mila punti per assestarsi attorno ai 43.800. Una flessione che, seppur allineata al clima generale, presenta delle peculiarità tutte italiane, come il tonfo verticale di Inwit, la società che gestisce le torri per la telefonia, arrivata a cedere oltre il 17% in giornata. Ma non va meglio oltreconfine: il Dax di Francoforte ha lasciato sul terreno percentuali vicine al due punti e mezzo, il Cac 40 di Parigi ha segnato un -1,66% e l’Ibex di Madrid ha fatto registrare un -1,92%, mentre l’Aex di Amsterdam e il Ftse 100 di Londra hanno comunque chiuso la mattinata in profondo rosso, rispettivamente con -1,99% e -1,68%.
La raffica di attacchi alle infrastrutture energetiche e la risposta di Trump
Dietro il rally del greggio e del gas, che ha visto il balzo del Brent arrivare a un +7,33% nella sola mattinata, c’è la concretezza degli attacchi militari. L’Iran, dopo l’offensiva israeliana contro il suo gigantesco giacimento di South Pars, ha risposto colpendo duramente le infrastrutture energetiche avversarie: nel mirino sono finite le installazioni di Ras Laffan in Qatar, il più grande sito al mondo per l’esportazione di Gnl, la raffineria di Saudi Aramco a Yanbu, sul Mar Rosso, e persino un’unità operativa della raffineria di Mina al-Ahmadi in Kuwait, dove un drone ha provocato un incendio. Non sono mancati neppure lanci di missili balistici verso Riyad, prontamente intercettati dalle difese saudite.
Una situazione che ha spinto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a intervenire pubblicamente con dichiarazioni che non lasciano spazio a interpretazioni: da un lato ha assicurato che Israele non attaccherà più gli impianti iraniani, dall’altro ha lanciato un avvertimento chiarissimo a Teheran. Se l’Iran dovesse colpire nuovamente il Qatar, ha dichiarato Trump, gli Stati Uniti sono pronti a far saltare completamente l’intero giacimento di South Pars. Una minaccia che, di fatto, istituzionalizza il rischio energetico come arma primaria del conflitto, con ripercussioni immediate sui mercati globali e sulle aspettative di inflazione.
Il crollo di Inwit tra i timori di una guerra allargata e le strategie di mercato
Se la tensione geopolitica spiega il rialzo delle commodity, non giustifica da sola il tracollo di Inwit a Piazza Affari. Il Titolo, che ha toccato un minimo storico in giornata a 6,085 euro, è stato travolto da una notizia di natura squisitamente industriale che ha gelato gli investitori. L’accordo non vincolante siglato tra Tim, Fastweb e Vodafone per la creazione di un nuovo operatore di torri, con l’obiettivo di realizzare fino a seimila nuovi siti per la telefonia mobile e accelerare sulla copertura 5G, ha rappresentato una vera e propria doccia fredda.
Di fatto, i due principali clienti di Inwit – che da soli valgono circa l'80% del suo fatturato – hanno deciso di fare da sé, internalizzando gli investimenti per lo sviluppo della rete e sottraendo all’azienda guidata da un amministratore delegato la prospettiva di commesse future. Gli analisti parlano chiaro: l’intesa rappresenta una “minaccia” per il gruppo, rimuovendo la necessità per Tim e Vodafone di effettuare investimenti discrezionali attraverso Inwit. Un scenario che, unito alla rinegoziazione in corso dei contratti di servizio, ha spinto gli operatori a vendere il titolo in massa.
L’attesa per le banche centrali in un contesto di stagflazione
Sul fronte macroeconomico, l’attenzione degli operatori è tutta concentrata sulle prossime mosse delle banche centrali. La Federal Reserve, con il suo messaggio restrittivo e la decisione di mantenere i tassi invariati, ha già messo in guardia dagli effetti dell’aumento dell’inflazione legato al caro-energia. Ora tocca alla Banca Centrale Europea e alla Bank of England, entrambe attese per le decisioni di politica monetaria nella giornata odierna. Se da un lato ci si aspetta una pausa nei rialzi, dall’altro il board dovrà valutare l’impatto del conflitto sulle economie del Vecchio Continente, alle prese con il rischio concreto di una stagflazione – quel mix tossico di stagnazione economica e inflazione elevata che già si era visto nel 2022 con la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina. Lo spread tra Btp e Bund, intanto, ha fatto un balzo in avanti toccando quota 82 punti base, con il rendimento del decennale italiano salito al 3,8%, segnale di una fiducia in rapido deterioramento.




