La colonna sonora di "Marty Supreme": un anacronismo audace che definisce un'epoca
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Se l'estetica visiva di "Marty Supreme", con i suoi colori saturi e i costumi d'epoca, ha immediatamente catturato lo sguardo, è la scelta sonora a costituire il vero cuore pulsante e discusso dell'ultima fatica di Josh Safdie. Il regista, infatti, compie un'operazione audace, per molti versi "anacronistica", che ha già diviso cinefili e cultori della musica: vestire un film ambientato nel 1952 con un tappeto musicale che sembra provenire da un futuro prossimo, se non dal presente. Una decisione che, lungi dall'essere un mero sfoggio stilistico, si integra profondamente nella narrazione della storia, liberamente ispirata alla vita del campione di ping-pong Marty Reisman, interpretato da Timothée Chalamet. Ambientato nella New York del dopoguerra, il film racconta le vicende di un giovane scaltro e ambizioso, ossessionato dal sogno di diventare campione del mondo, tra scommesse, truffe e passioni proibite.
Un protagonista consumato dall'ossessione
Marty Mauser, questo il nome del personaggio, non è un eroe classico ma un antieroe dalla personalità sfaccettata e spesso sgradevole. Commesso in un negozio di scarpe e giocatore di ping-pong senza pedigree, è squattrinato, arrogante e posseduto da un'ossessione che lo consuma. La sua è una "tigna", per dirla con le parole usate per descrivere il film, che lo spinge ad accaparrarsi la sua fetta di sogno americano a qualsiasi costo, nonostante le sfortune e le conseguenze delle sue azioni. È spregiudicato, incapace di fermarsi anche quando sarebbe opportuno, e la colonna sonora, con le sue sonorità moderne e spesso dissonanti, ne riflette perfettamente il tumulto interiore, l'irrequietezza e la distorsione della realtà che il personaggio vive nella sua caccia alla gloria.
La musica come estensione del personaggio
Le canzoni selezionate da Safdie, quindi, non accompagnano semplicemente le immagini ma le penetrano, diventando un'estensione della psicologia di Marty Mauser. Quell'anacronismo studiato, quel far convivere il 1952 con ritmi e suoni contemporanei, serve a trasportare lo spettatore dentro la mente del protagonista: la sua percezione del mondo è alterata dalla sua singolare fissazione, e la musica rende palpabile questa alterazione. Il contrasto tra l'ambientazione storica, minuziosamente ricostruita, e la modernità aggressiva della colonna sonora crea un cortocircuito costante, sottolineando come la storia, pur radicata in un'epoca precisa, parli di un'ossessione atemporale, di una fame di successo che trascende i decenni.
Oltre il biopic: un ritratto dell'ambizione sfrenata
"Marty Supreme", come già accennato, non aspira a essere un biopic fedele ma un omaggio ispirato, un ritratto dell'ambizione sfrenata e delle sue derive. La durata di 149 minuti permette a Safdie di scavare nelle pieghe di questa ossessione, mostrandone gli effetti corrosivi sulla vita del personaggio. La regia, dinamica e claustrofobica a tratti, e la performance di Chalamet, che incarna una carica di nervosismo e determinazione quasi patologica, trovano nella colonna sonora il loro naturale completamento. Il risultato è un'opera totale dove ogni elemento, dalla fotografia al montaggio, fino appunto alla musica, converge per raccontare una storia di caduta e risalita, di talento sprecato e di un'ostinazione che diventa l'unica legge di vita.




