Timothée Chalamet rivela le minacce subite sul set di Marty Supreme
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
In un’intervista rilasciata a Los Angeles, accompagnato dal collega Robert Downey Jr., Timothée Chalamet ha svelato un retroscena inquietante delle riprese di “Marty Supreme”, il film che gli è valso di recente il Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale. L’interprete, celebrato per la sua trasformazione nel campione di ping pong Marty Mauser – figura liberamente ispirata al leggendario giocatore Marty Reisman –, ha confessato di aver ricevuto delle minacce da parte di un altro membro del cast durante la lavorazione. L’episodio, che non è stato circostanziato con ulteriori dettagli sulle dinamiche o sull’identità del collega, aggiunge una pennata di tensione reale a una pellicola che esplora proprio gli ossessivi conflitti agonistici e personali di un atleta eccentrico e arrogante.
Il contesto di un debutto atteso
La rivelazione arriva in un momento di massima esposizione per Chalamet, tra i favoriti della stagione dei premi, e proietta un’ombra inattesa sul set di quello che è il debutto in solitaria del regista Josh Safdie. Quest’ultimo, dopo aver a lungo collaborato con il fratello Benny – regista di “The Smashing Machine”, incentrato sulla vera storia del lottatore Mark Kerr –, affronta con “Marty Supreme” un altro ritratto di sportivo tormentato, immerso nell’America degli anni Cinquanta. Il film, la cui uscita in Italia è imminente, promette di raccontare non solo le vittorie ma anche le profonde sconfitte di un personaggio complesso, un narrativo che sembra, suo malgrado, aver valicato i confini della finzione per toccare la realtà degli attori coinvolti.
Una dinamica non chiarita
Chalamet, il quale ha descritto l’accaduto come un’“esperienza cinematografica molto particolare”, non ha voluto o potuto approfondire la natura delle minacce, limitandosi a segnalare l’accaduto. La scelta di condividere pubblicamente l’episodio, in un contesto come quello di un talk show, solleva interrogativi sulle pressioni vissute durante una produzione che richiedeva una preparazione atletica e psicologica notevole per incarnare un campione tanto eccentrico – noto per giocare a piedi nudi e per il suo carattere provocatorio – quanto realizzato, capace di vincere 22 titoli nazionali e internazionali in una carriera lunghissima. Alcuni, tra l’altro, potrebbero pensare che tali metodologie, seppur estreme, facciano parte del metodo di alcuni attori per calarsi nel personaggio.
Il peso di un ruolo vincente
La performance, comunque, è risultata vincente agli occhi della Hollywood Foreign Press Association, che ha premiato Chalamet nonostante le tre nomination iniziali si siano risolte in un solo riconoscimento. Il racconto dell’attore, per quanto sobrio e privo di particolari espliciti, delinea un clima di lavoro teso, dove la dedizione al personaggio – un uomo ossessionato dalla vittoria – potrebbe aver innescato dinamiche conflittuali difficili da gestire. Resta il fatto che, al di là delle lodi della critica e del successo ai botteghini atteso per il film, l’esperienza sul set lascia ora un retrogusto amaro, arricchendo la narrativa pubblica del film con un capitolo inatteso e personale che va ben oltre le semplici note di produzione.




