Marty Supreme non è solo lo spericolato Timothée Chalamet: è una formula perfetta
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Timothée Chalamet, che oggi ha trent’anni, incarna con una convinzione trascinante il personaggio di Marty Mauser, la cui esistenza si consuma in una vertiginosa corsa attraverso continenti e decadi. Il film di Josh Safdie, il quale ha scelto di dirigere da solista dopo le esperienze condivise con il fratello, dipana la trama di un’avventura che, pur presentando alcuni elementi riconducibili a certe narrazioni spielberghiane – si pensi al dinamismo e al setting storico –, sviluppa una cifra stilistica del tutto personale e aspra. La pellicola, infatti, costruisce il suo ritmo sul contrasto stridente tra l’ambizione smodata del protagonista e la realtà spesso sgradevole che lo circonda, tracciando un percorso costellato di avventure, esperienze sessuali e un disagio pervasivo che funge da contrappunto alla sua irrefrenabile spinta vitale.
Il ping pong come ossessione narrativa e coreografia esistenziale
Josh Safdie ha dichiarato di aver coltivato una passione per il ping pong fin dall’infanzia, elemento che trasferisce nella pellicola trasformandolo nel motore allegorico dell’intera vicenda. Quella prima partita giocata a Londra, nella quale Chalamet si immerge con un’intensità quasi fisica, non costituisce un semplice episodio di colore ma il nucleo attorno al quale ruota la psicologia del personaggio. Il tavolo da gioco diventa, per così dire, il microcosmo dove si riflettono le sue ossessioni, la sua competitività e la sua disperata ricerca di un controllo che nella vita reale gli sfugge costantemente. La scena, citata come uno dei momenti più salienti della performance dell’attore, offre una chiave di lettura imprescindibile per decifrare l’intera opera.
Un riconoscimento che consolida una traiettoria artistica eccezionale
La nomination agli Oscar per “Marty Supreme” rappresenta per Chalamet la terza nella sua ancora giovane carriera, un traguardo che lo conferma come interprete di rango e lo colloca in una posizione unica tra i suoi coetanei. Precedentemente, aveva ottenuto le candidature per la sua interpretazione in “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino e per aver prestato voce e a un giovane Bob Dylan in “A Complete Unknown”. Questo nuovo riconoscimento, giunto dopo il Golden Globe e il Critics’ Choice Award, non segna semplicemente il successo di un singolo film ma suggella una progressione artistica caratterizzata da scelte audaci e da una capacità di trasformazione che pochi possono vantare.
La geografia di un’ambizione senza confini
Il racconto segue Marty Mauser, uomo con pochi soldi ma dotato di una certezza incrollabile nel proprio destino, attraverso un itinerario che dalla New York degli anni Cinquanta lo conduce al Cairo, per farlo poi approdare a Tokyo e a Parigi. Questa mappa geografica, percorsa senza requie, è il riflesso esteriore di un’inquietudine interiore che non conosce soste. La regia di Safdie tratteggia ogni location non come uno sfondo ornamentale, bensì come un personaggio attivo che plasma e viene a sua volta plasmato dall’eccentricità leggendaria del protagonista. Ne risulta il ritratto di un’epoca e di una generazione visti attraverso il prisma distorto, e per questo vividamente illuminante, di un carattere estremo.




