Il caffè (e il tè) che protegge il cervello: fino a tre tazze al giorno il rischio di demenza diminuisce

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Redazione Salute Redazione Salute   -   C’è chi lo considera un semplice rituale mattutino, chi una stampella contro la stanchezza, e chi invece un piacere da sorseggiare senza troppe pretese. Eppure, dietro quella tazzina fumante – o dietro una più quieta infusione di tè – si nasconde un alleato insospettabile per la salute del cervello, a patto, beninteso, di non eccedere nelle dosi. Due studi indipendenti, condotti rispettivamente da Harvard e dalla Fudan University, hanno infatti tracciato un profilo nitido del rapporto tra caffeina (e teina) e funzioni cognitive, suggerendo che un consumo moderato possa ridurre in modo significativo il rischio di incorrere in patologie neurodegenerative come la demenza.

Il primo lavoro, pubblicato sulle pagine della prestigiosa rivista JAMA da un team dell’ateneo di Boston, ha seguito per oltre quarant’anni più di 130mila individui, incrociando abitudini alimentari, prestazioni mnestiche e diagnosi cliniche. Il dato emerso è netto: bere due o tre tazze di caffè al giorno, oppure una o due di tè, si associa a un minor tasso di declino cognitivo e a una migliore resilienza della memoria. A spiegare questo effetto – come sottolineano i ricercatori – sarebbero composti come la caffeina e i polifenoli, capaci di ridurre lo stress ossidativo e la neuroinfiammazione, due dei principali fattori che alimentano il deterioramento neuronale.

La dose ottimale, né troppo poca né troppa

Ma qual è il quantitativo giusto per non vanificare i benefici? Un secondo studio, pubblicato sul *Journal of Affective Disorders* dai ricercatori della Fudan University di Shanghai, ha analizzato i dati di 461.586 persone seguite per tredici anni: uno dei campioni statistici più ampi mai impiegati su questo tema. La conclusione disegna una curva a campana. Due tazze al giorno proteggono dalla depressione, tre offrono una copertura ancora maggiore, ma con quattro si varca già la soglia oltre la quale gli effetti positivi cominciano ad attenuarsi. E da cinque in su – avvertono gli autori – il rischio di disturbi dell’umore e di declino cognitivo ricomincia a salire, come se il sistema nervoso reagisse a un eccesso di stimolazione.

Un investimento quotidiano, senza miracolismi

Non si tratta, ovviamente, di una medicina miracolosa né di una scusa per trasformare il caffè in un farmaco fai-da-te. Piuttosto, ciò che emerge dai due lavori è l’idea di un’abitudine moderata – integrata in uno stile di vita sano – come fattore protettivo aggiuntivo. I meccanismi biologici ipotizzati passano per la riduzione dell’infiammazione silenziosa che danneggia i neuroni, nonché per una modulazione dei recettori dell’adenosina, quelli stessi che la caffeina blocca per tenerci svegli. In questo senso, la teina del tè agisce con un profilo più graduale, ma con effetti neuroprotettivi sostanzialmente sovrapponibili a quelli della caffeina del caffè.

Cronaca di una ricerca attendibile

Nessuna speculazione, quindi, né tanto meno facili entusiasmi: i due studi hanno utilizzato metodologie longitudinali solide, con follow-up che in un caso supera i quarant’anni. E se è vero che la correlazione non implica automaticamente causalità, la coerenza dei risultati – provenienti peraltro da due continenti diversi e da gruppi di ricerca indipendenti – rende l’evidenza particolarmente robusta. Chi già beve due o tre tazzine al giorno, insomma, può continuare a farlo con la consapevolezza aggiuntiva di star forse facendo un piccolo favore al proprio cervello. Purché, si badi bene, non si superi quella soglia oltre la quale il piacere si trasforma in abitudine eccessiva, con i rischi che ne conseguono.

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