Trump, le scarpe regalate ai ministri e il mistero del 45 e mezzo: quando la fedeltà passa dai piedi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un dettaglio che unisce il cerchio magico del presidente degli Stati Uniti, un dettaglio che va oltre la comune passione per gli abiti Brioni o per le cravatte lunghe almeno fino al nodo dei pantaloni. Si tratta delle calzature. Da qualche mese, infatti, Donald Trump ha trasformato un paio di francesine di vitello nero, le Florsheim Cap Toe Oxford dal costo contenuto di 145 dollari, in una sorta di divisa non ufficiale per la sua amministrazione. Quello che era iniziato come un bisogno personale – la ricerca, verso la fine del 2025, di una scarpa comoda per le lunghe giornate alla Casa Bianca – si è rapidamente evoluto in un fenomeno di costume e, a suo modo, di potere.

Il presidente, che le ha letteralmente “adorate”, ha preso l’abitudine di regalarle a capi di gabinetto, consiglieri e visitatori illustri, spesso indovinando – o provando a indovinare – la taglia al volo, per poi far recapitare il tutto in scatole talvolta firmate con un suo autografo o un biglietto di ringraziamento. Il risultato è che i destinatari, a quanto raccontano fonti interne citate dal Wall Street Journal e riprese da varie testate, si sentono moralmente obbligati a indossarle in presenza del capo. “Tutti i ragazzi ce l’hanno”, avrebbe scherzato una funzionaria della Casa Bianca, mentre un’altra ha aggiunto un particolare non trascurabile: “È isterico, perché nessuno osa non metterle”.

Il vezzo del regalo e il peso di una battuta

Il culmine di questa strana storia di calzature e ossequio si è però raggiunto in queste ore, complice un dettaglio emerso dai racconti del vicepresidente JD Vance. Qualche giorno fa, durante un incontro allo Studio Ovale per discutere di questioni “davvero importanti”, Trump avrebbe fermato tutti, reclamando l’attenzione su un tema a suo dire prioritario: le scarpe, appunto. “Marco, JD, voi avete delle scarpe di merda”, avrebbe sbottato il presidente guardando i piedi del vice e del segretario di Stato Marco Rubio. Detto questo, ha tirato fuori un catalogo e ha deciso di regalare quattro paia a testa ai presenti, trasformando lo Studio Ovale in un improvvisato negozio di calzature.

È a quel punto che la scena ha preso una piega particolare. Trump ha chiesto i numeri: Rubio ha risposto “undici e mezzo”, Vance “tredici”. Poi è toccato a un terzo politico presente, la cui identità Vance si è rifiutato di rivelare per non metterlo in imbarazzo. La risposta, un laconico “sette”, ha scatenato la reazione del presidente, che si è lasciato andare contro lo schienale della poltrona: “Sai, si possono capire molte cose di un uomo dalla misura delle sue scarpe”. Una battuta, questa, che nel gergo triviale americano è un chiaro riferimento ad altre “doti” maschili, un tema non nuovo per Trump, che in passato aveva già fatto commenti espliciti sul fisico del golfista Arnold Palmer.

Quando la scarpa è troppo grande: il caso Rubio

L’aneddoto, però, ha assunto i contorni di una cronaca quasi grottesca quando sui social network sono cominciate a circolare le immagini del segretario di Stato Marco Rubio. Nelle foto, scattate in contesti ufficiali, si vede chiaramente come le sue eleganti Florsheim, probabilmente ricevute in regalo da Trump, gli ballino ai piedi. Si nota uno spazio vuoto tra il tallone e la tomaia, un vuoto di almeno due dita che farebbe pensare a un 45 e mezzo calzato da un uomo alto un metro e 78, con il risultato di avere una calzatura decisamente troppo lunga.

La scena, immortalata e commentata con ironia dagli utenti, racconta molto di più di una semplice svista nella scelta della taglia. Racconta di un atto di sottomissione, o forse solo di un’estrema forma di ossequio: indossare comunque le scarpe, anche se palesemente sbagliate, pur di compiacere il presidente. Un gesto che, come qualcuno ha notato, trasforma un regalo in un simbolo di fedeltà assoluta, al punto da sacrificare la propria comodità e, in un certo senso, la propria dignità. Un membro del gabinetto, sempre secondo il Wall Street Journal, avrebbe addirittura confidato ad altri il proprio disappunto per essere stato costretto a mettere da parte le sue costose scarpe Louis Vuitton per far posto alle Florsheim presidenziali.

L’azienda, ignara del favore, fa causa sui dazi

A rendere la vicenda ancora più paradossale è la posizione della Weyco Group, la società che possiede il marchio Florsheim, un’azienda fondata a Chicago nel 1892 da un immigrato tedesco, Sigmund Florsheim, e che ha vestito i soldati americani in entrambe le guerre mondiali oltre a personaggi come Harry Truman e Michael Jackson. Nonostante il presidente degli Stati Uniti ne sia diventato il più influente testimonial involontario, regalandole a destra e a manca, l’amministratore delegato Thomas Florsheim Jr. ha dichiarato di non essere stato informato di questi ordini.

Ma c’è di più. La Weyco Group, infatti, ha citato in giudizio l’amministrazione Trump alla fine del 2025, proprio in relazione alla politica dei dazi voluta dal presidente. L’azienda, che ha pagato circa 16 milioni di dollari in tariffe doganali, contesta la legittimità di questi dazi imposti attraverso l’International Emergency Powers Act e spera in una sentenza della Corte Suprema che li dichiari nulli, chiedendo ovviamente un rimborso. Insomma, mentre i ministri calzano scarpe regalate da Trump per compiacerlo, l’azienda che le produce sta facendo causa alla sua amministrazione per motivi commerciali, in un cortocircuito che mescola moda, ossequio al potere e interessi economici.

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