Pepe Mujica, l’eredità di un rivoluzionario che sfidò il capitalismo
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Redazione Esteri
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Mentre in Italia si discute di un’agenda politica spesso percepita come distante dai bisogni reali, la scomparsa di José Alberto Mujica Cordano, detto Pepe Mujica, riaccende i riflettori su cosa significhi governare con pragmatismo e visione. L’ex presidente uruguaiano, morto il 13 maggio a 89 anni per un tumore all’esofago, ha lasciato un’impronta indelebile non solo nel suo Paese, ma nell’immaginario progressista mondiale. La sua vita, segnata dalla militanza nei Tupamaros, dalla prigionia sotto la dittatura – tredici anni di carcere, molti dei quali in condizioni disumane – e infine dalla presidenza tra il 2010 e il 2015, è stata una continua sfida alle convenzioni.
Quella di Mujica non è stata una semplice carriera politica, ma un esperimento concreto di cambiamento. Durante il suo mandato, l’Uruguay ha depenalizzato l’aborto, legalizzato i matrimoni omosessuali e regolamentato la vendita della marijuana attraverso lo Stato, strappando il monopolio al narcotraffico. Ma il suo lascito va oltre le riforme sociali: fu lui a introdurre il salario minimo e a promuovere modelli economici alternativi, dimostrando che un’altra via al capitalismo aggressivo è possibile. «La vita è una bellissima avventura e un miracolo», amava ripetere, e la sua esistenza, tra umiltà e coraggio, ne è stata la prova.
A Montevideo, intanto, migliaia di cittadini rendono omaggio alla sua salma esposta al Palazzo Legislativo. Lucia Topolansky, sua moglie e compagna di lotta, ha raggiunto la camera ardente mentre si svelano le ultime volontà dell’ex leader: la cremazione e la sepoltura accanto alla cagnolina Manuela, morta nel 2018. Un gesto semplice, coerente con l’uomo che preferiva vivere in una fattoria piuttosto che nei palazzi del potere.




