L'insulto di La Russa a microfono aperto, bufera sul presidente del Senato per la frase «quel coglione che continua a urlare»
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Redazione Interno
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La seconda carica dello Stato finisce al centro di una bufera politica per un epiteto pronunciato durante i lavori dell’Aula, un lapsus – se così vogliamo definirlo – che i microfoni della diretta streaming hanno catturato senza possibilità d’appello, trasformando un retroscena di Palazzo Madama in un caso istituzionale. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, nel corso della seduta del 5 marzo dedicata alle comunicazioni dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto sulla crisi in Iran e sulla richiesta di aiuto dei Paesi del Golfo, bersaglio delle rappresaglie di Teheran, si è lasciato andare a un commento quantomeno sprezzante, credendo probabilmente di avere il microfono spento e di poter così colloquiare in via confidenziale con il segretario generale dell’Assemblea.
L'improperio in diretta e il sarcasmo sugli interventi
Il fattaccio è avvenuto al termine dell’intervento del senatore del Movimento 5 Stelle Ettore Licheri; La Russa, visibilmente infastidito dalle proteste che provenivano dai banchi dell’opposizione o forse semplicemente in vena di sarcasmo, aveva inizialmente commentato con una certa ironia la relazione appena conclusa dal pentastellato, bollandola con un laconico e canzonatorio «interventone», un termine che, nel lessico parlamentare, suona più come una stilettata che come un complimento. Pochi istanti dopo, però, l’umore del presidente è parso incupirsi ulteriormente: rivolgendosi proprio al segretario generale, Federico Toniato, o a uno dei suoi più stretti collaboratori – i resoconti non chiariscono con esattezza l’interlocutore – ha pronunciato ad alta voce la frase che sta facendo discutere il Palazzo: «Come si chiama quel coglione che continua a urlare?».
L’apostrofe, inequivocabile nella sua volgarità, era indirizzata al senatore del Partito Democratico Antonio Nicita, che proprio in quei minuti stava prendendo la parola o, a seconda delle ricostruzioni, stava interloquendo dai banchi del suo gruppo. Dopo aver ottenuto il nome, La Russa si è rivolto direttamente al dem con un formale e quasi beffardo «Nicita, abbiamo apprezzato il suo intervento», una frase di circostanza che strideva pesantemente con l’insulto appena sussurrato e che il diretto interessato, in quel frangente, non poteva aver udito, ignaro di essere stato appena definito in quel modo.
La replica del senatore Nicita e la richiesta di sanzioni
A far deflagrare il caso, tuttavia, non è stato l’immediato dibattito in Aula, quanto la diffusione del fuorionda, diventato virale sui social e rilanciato dagli organi di stampa nei giorni successivi. Il senatore Nicita, una volta appreso quanto accaduto, ha rotto il silenzio con una nota dura e precisa, nella quale ha respinto al mittente qualsiasi giustificazione e ha respinto le scuse – seppur formalmente arrivate – ritenendole inadeguate alla gravità del gesto. «Non stavo urlando, avevo semplicemente fatto una battuta dopo l’intervento di Licheri», ha tenuto a precisare Nicita, chiarendo il clima di un dibattito certo vivace ma non tale da giustificare l’epiteto. Il parlamentare democratico ha parlato senza mezzi termini di «mancanza totale di rispetto istituzionale», sottolineando come l’elemento più grave risieda proprio nel fatto che l’insulto, pronunciato a microfoni che si credevano spenti, sia stato indirizzato al segretario generale, quasi a voler cercare una complicità burocratica nella denigrazione di un collega.
Nicita, che tra l’altro è vicepresidente del gruppo Pd al Senato, ha quindi formalmente chiesto all’ufficio di presidenza di valutare sanzioni disciplinari nei confronti di La Russa, ritenendo che un episodio del genere leda la dignità non solo del singolo parlamentare, ma dell’intera Assemblea e del ruolo che la seconda carica dello Stato è chiamata a ricoprire. La richiesta si basa sulla constatazione che il regolamento di Palazzo Madama, pensato per tutelare i membri del Parlamento da offese reciproche, si trova spiazzato di fronte a un caso in cui l’offesa provenga proprio dallo scranno più alto, da colui che dovrebbe garantire la correttezza e il decoro dei lavori. Il tutto, peraltro, si era già aperto con un clima teso: le stesse comunicazioni dei ministri erano state seguite da animate repliche e l’opposizione, nel suo complesso, aveva mostrato più di una volta il proprio dissenso. Resta ora da vedere se la vicenda avrà un seguito formale o se si esaurirà in un acceso dibattito politico, come spesso accade in questi casi, ma l’eco mediatica dell’insulto, cristallizzata in un video che continua a circolare, ha già impresso una macchia su una seduta che, altrimenti, sarebbe scivolata via tra le pieghe della cronaca parlamentare.




