La coda degli automobilisti italiani al confine sloveno per il pieno a metà prezzo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’aumento vertiginoso del prezzo dei carburanti, conseguenza diretta delle attuali tensioni in Medio Oriente e del blocco quasi totale del traffico petrolifero nello stretto di Hormuz, sta ridisegnando le abitudini degli automobilisti italiani. Con la benzina e, soprattutto, il gasolio che hanno ampiamente superato la soglia psicologica dei due euro al litro sulla rete autostradale italiana -9, la ricerca di un risparmio consistente ha spinto migliaia di conducenti a varcare il confine orientale. La meta prescelta, per chi vive in Friuli Venezia Giulia o per chi percorre le rotte del Nordest, è la Slovenia, dove il governo di Lubiana ha messo in atto una strategia di contenimento dei prezzi che, agli occhi degli italiani, appare come un’oasi in un deserto di rincari. Il fenomeno, inizialmente limitato a pochi “furbetti” del pieno, si è trasformato in un esodo di massa, con file che si allungano per chilometri presso i distributori situati nelle località di confine come Nova Gorica, Mernico e Vencò, quest’ultime poco distanti da Gorizia.

Il meccanismo sloveno e il confronto con i prezzi italiani

Il vantaggio economico per chi decide di attraversare il confine è tutt’altro che trascurabile, e la ragione di questa discrepanza risiede nelle diverse politiche fiscali adottate dai due governi. Mentre l’esecutivo di Roma, con Giorgia Meloni, valuta l’applicazione del meccanismo delle cosiddette “accise mobili” – uno strumento che prevede l’utilizzo dell’extra gettito Iva per compensare i rincari, ma la cui attivazione è ancora oggetto di studio e dibattito -4-10 – la Slovenia ha già agito in modo deciso. Il governo sloveno, a partire dal 10 marzo, ha ridotto le accise su benzina e diesel, riuscendo così a calmierare i prezzi finali alla pompa nonostante l’aumento del costo base del greggio. Questo intervento ha portato, per il periodo fino al 23 marzo, a cifre che sembrano appartenere a un’altra epoca: un litro di benzina si attesta a 1,466 euro, mentre il diesel, il vero tallone d’Achille del caro-prezzi italiano, viene venduto a 1,528 euro al litro. Il confronto con l’Italia è impietoso: dalle rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy emerge un quadro drammatico, con la benzina in self service che viaggia verso quota 1,84 euro e il gasolio che schizza a 2,07 euro, con punte ben superiori ai 2,13 euro in autostrada. La differenza, che per il diesel supera abbondantemente i 50 centesimi al litro, rende il viaggio oltre confine non solo conveniente, ma per molti, specialmente per chi fa del proprio mezzo uno strumento di lavoro, una necessità economica improrogabile. Non a caso, Paolo Uggè, figura di spicco degli autotrasportatori italiani, ha segnalato un incremento significativo di camion e mezzi pesanti diretti verso le pompe bianche slovene.

La risposta istituzionale italiana e i nodi irrisolti

La situazione, tuttavia, presenta delle sfumature che meritano di essere analizzate, specialmente per quanto riguarda la reale portata del fenomeno lungo l’intera linea di confine. Se è vero che le code di automobilisti italiani in Slovenia sono un fatto innegabile e ampiamente documentato, fonti vicine al ministero dell’Energia sloveno, come riportato da Bojan Kumer, hanno recentemente ridimensionato la portata dell’emergenza, specificando che l’afflusso maggiore verso i distributori sloveni proverrebbe in realtà dall’Austria, dove i prezzi hanno subito incrementi ancora più marcati. Per i residenti del Friuli Venezia Giulia, inoltre, gioca un ruolo chiave il sistema di agevolazioni sui carburanti di cui beneficiano, un fattore che rende il pieno in Italia ancora concorrenziale per la benzina, specialmente per chi abita nelle immediate vicinanze della frontiera. Il problema principale, come confermano le testimonianze raccolte tra i gestori, resta il gasolio, la cui forbice di prezzo con la Slovenia è talmente ampia da giustificare il viaggio anche al netto delle accise agevolate regionali. Nel frattempo, a Roma, il ministro Adolfo Urso ha spiegato la linea attendista del governo, sottolineando come un taglio secco delle accise, sull’esempio di quello attuato dall’allora premier Mario Draghi nel 2022, costerebbe allo Stato circa un miliardo al mese, un sacrificio che, a suo dire, non avrebbe comunque fermato l’inflazione. Al suo posto, si valutano bonus mirati per i redditi più bassi, una soluzione che, però, non placa la sete di risparmio immediato di chi in queste ore è costretto a mettersi in coda al confine.

Le conseguenze logistiche e l’emergenza approvvigionamento

L’improvvisa impennata della domanda, concentrata in poche aree geografiche, ha inevitabilmente creato delle criticità logistiche non indifferenti per il sistema sloveno di distribuzione del carburante. L’assalto alle pompe, alimentato da una clientela in gran parte straniera, ha messo in crisi la capacità di alcuni distributori di far fronte al fabbisogno, portando a episodi di esaurimento delle scorte, in particolare per quanto riguarda il gasolio. I colli di bottiglia nell’approvvigionamento, concentrati nelle stazioni di servizio vicine ai valichi di frontiera, hanno spinto il ministro dell’Energia sloveno ad annunciare il rilascio graduale delle riserve nazionali di derivati del petrolio. Una misura, questa, volta a garantire la continuità del servizio e a scongiurare il rischio che l’intera infrastruttura di rifornimento dell’area vada in tilt. La situazione, dunque, è in continua evoluzione: da un lato, l’automobilista italiano, stretto tra la morsa dei rincari e la necessità di muoversi, cerca disperatamente un’alternativa; dall’altro, le istituzioni slovene cercano di tamponare un’emergenza che rischia di mettere in difficoltà la loro stessa rete di distribuzione, originariamente pensata per un bacino d’utenza ben diverso. Il tutto mentre il prezzo del Brent si mantiene stabilmente sopra i cento dollari al barile, alimentando l’incertezza sui mercati globali e lasciando presagire che la corsa ai distributori sloveni potrebbe non essere un fuoco di paglia, ma una nuova, complessa abitudine per chi vive e lavora lungo la fascia confinaria.

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