Lo stallo sulla legge elettorale e il peso delle assenze: il centrodestra si spacca sul voto segreto
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Redazione Interno
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C’è un aspetto sottovalutato in questo stallo sulla legge elettorale, dopo la bocciatura dell’emendamento meloniano sulle preferenze, e riguarda il peso specifico di alcune assenze che si sono rivelate decisive per le sorti di una riforma fortemente voluta dalla premier.
La presidente del Consiglio ci ha messo la faccia, ma se ha deciso di dettare lei stessa il correttivo a una proposta che reca il nome “Melonellum” non è solo, come si è detto, per non regalare allo straripante generale Vannacci il comodo argomento di aver sposato lui una causa portata avanti dalla premier quando era leader dell’opposizione.
La sconfitta politica è personale, e sanguinosa, perché Giorgia Meloni ha perso malamente non su un dettaglio, ma sul cuore della legge con cui sperava di scegliersi il prossimo Parlamento: l’emendamento sulle preferenze è stato bocciato a scrutinio segreto per un solo voto, 187 sì contro 188 no, e la premier aveva invitato tutti a «metterci la faccia», ma alla fine ce l’ha messa lei ed è stata sfiduciata proprio dai suoi, in una disputa che non è solo tecnica ma che ha trasformato il voto in una sfida personale.
Il peso delle assenze e i numeri dello scrutinio
Nessuna ombra perché, almeno ufficialmente, i colleghi di partito assicurano si sia trattato di «assenze giustificate», ma un dato è certo: le assenze del forzista Francesco Cannizzaro, neo sindaco di Reggio Calabria, e della salviniana Valeria Sudano, incaricata pro tempore di guidare la Lega in Calabria, alla fine si sono rivelate decisive per non consentire alla maggioranza di centrodestra di approvare l'emendamento che reintroduceva, almeno in parte, le preferenze nella nuova legge elettorale.
Dai tabulati emerge che il 7,14% degli eletti nella Lega e il 3,7% di quelli di Forza Italia non ha preso parte al voto, e tra i leghisti che non hanno votato figurano Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi, Vannia Gava e la stessa Sudano, mentre gli azzurri assenti sono Deborah Bergamini e Cannizzaro; va detto che i tabulati non li davano in missione e che non avevano preso parte nemmeno alle votazioni precedenti, anche se la sottosegretaria Gava ha poi obiettato in Aula sostenendo di aver votato.
In totale, tra maggioranza e opposizioni, non hanno votato 23 deputati, di cui 12 in missione (9 della maggioranza) e 11 non giustificati (6 di maggioranza), con la premier stessa che risultava in missione e che, come suo solito, non vota in Aula.
Il ruolo del Quirinale e il perimetro dell’intervento presidenziale
Quando il gioco politico si fa duro, gli sguardi si rivolgono verso il Colle come se fosse un Olimpo abitato da Zeus, salvo scoprire quasi con rammarico che Sergio Mattarella non è onnipotente e può intervenire soltanto se la Costituzione glielo richiede; nel pasticciaccio delle preferenze, bocciate a voto segreto, il Capo dello Stato deve limitarsi a osservare da semplice spettatore.
Sarà Giorgia Meloni, se lo riterrà opportuno, a fargli visita per informarlo delle prossime mosse, ma al Quirinale nessuno lo pretende e tantomeno se lo aspetta, anche perché la premier aveva già ritenuto superfluo «riferire» dopo la batosta di marzo sul referendum nella giustizia, temendo forse di apparire debole e di andare a Canossa; se un bel giorno Meloni gettasse la spugna, ragionano sottovoce i consiglieri del Colle, allora Mattarella tornerebbe protagonista e, esclusa l’ipotesi di governi allo sbando, tutto fa credere che si andrebbe di corsa alle urne senza attendere la fine della legislatura.
Gli scenari aperti e i piani della maggioranza
La pazienza di Giorgia Meloni sarebbe ormai al limite e, secondo alcune ricostruzioni, ci sarebbe già una data per le elezioni anticipate, il 4 aprile, ma i fedelissimi della premier smentiscono e il piano al momento più plausibile è che Fratelli d'Italia faccia passare luglio e agosto per poi decidere, ai primi di settembre, se andare al Senato con il cosiddetto "lodo La Russa", cioè cambiare la legge elettorale uscita dalla Camera e rimettere dentro le preferenze con un voto palese, visto che a Palazzo Madama lo scrutinio segreto non è previsto per la legge elettorale. Se la maggioranza incassasse un altro no, si andrebbe a casa, ma se la modifica passasse si tornerebbe alla Camera per una terza lettura con la fiducia, e Meloni costringerebbe senatori e deputati a metterci la faccia alla luce del giorno, senza congiure nell'ombra; c'è però anche un piano C, che prevede di mandare su un binario morto la legge elettorale se i sondaggi di settembre daranno Vannacci al 10%, andando alle urne con il vecchio Rosatellum, tra collegi e proporzionale, con l'incubo del "pareggione".
Le reazioni e le accuse di tradimento
Non sono mancate le reazioni durissime all'interno del centrodestra, con Laura Ravetto di Futuro Nazionale che ha dichiarato incredula che Lega e Forza Italia abbiano tradito Meloni in modo eclatante, e con Francesco Filini di FdI che ha ammesso come sia matematico che siano mancati voti, lasciando intendere che potrebbero esserci conseguenze politiche.
Dall'altra parte, il generale Roberto Vannacci ha parlato di «infami della poltrona» e di «badogliani» che hanno sparato alle spalle del proprio schieramento con le munizioni fornite dal Partito Democratico, che ha chiesto il voto segreto, e ha invitato Meloni a tirare fuori gli attributi e a far approvare l'emendamento di Futuro Nazionale che propone preferenze senza capolista bloccato.
Ma la partita resta aperta, e il destino del "Melonellum" è appeso a un filo che si giocherà nei prossimi mesi, tra colpi di scena e possibili colpi di mano, mentre la premier cerca di recuperare il controllo di una maggioranza che appare sempre più frammentata.




