Ue, approvata la lista dei paesi sicuri: il voto che spacca il parlamento europeo
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Redazione Interno
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La commissione per le Libertà civili del Parlamento europeo ha dato il proprio via libera, in una giornata destinata a lasciare il segno, ai due testi cardine che delineano la prima lista comunitaria dei paesi di origine sicuri e rivedono il concetto di paese terzo sicuro. I provvedimenti, pilastri operativi del più ampio Patto su migrazione e asilo, sono passati grazie a una maggioranza inedita e politicamente significativa, che ha visto gli esponenti del Partito popolare europeo schierarsi con le formazioni di destra e ultradestra, abbandonando di fatto la cosiddetta “maggioranza Ursula”. Quest’ultima, la coalizione che sostiene la Commissione di von der Leyen, mostra così tutta la sua fragilità su un dossier tra i più divisivi, mentre l’esecutivo comunitario, con il presidente Trump alla Casa Bianca, guarda con rinnovata attenzione alle dinamiche transatlantiche sulla gestione delle frontiere.
Una alleanza che ridisegna gli equilibri
Il voto in commissione Libe, sebbene tecnico, sancisce una svolta politica le cui conseguenze saranno ampie. I due dossier sono infatti approdati all’emiciclo dopo che i popolari hanno scelto di costruire un’intesa con i gruppi conservatori e sovranisti, una mossa che – come hanno osservato molti – segna una sterzata a destra nella politica migratoria europea. La relatrice ombra per il gruppo dei Socialisti e Democratici, Cecilia Strada, ha parlato senza mezzi termini di “disastro politico”, sottolineando come quel voto rappresenti di fatto “la fine del diritto d’asilo in Europa”. Le sue parole, cariche di allarme, risuonano in un’aula sempre più polarizzata, dove le trattative si sono svolte lontano dai tradizionali canali di mediazione. Strada ha altresì specificato, per fugare ogni dubbio, che nel pacchetto non è inclusa alcuna “sanatoria sull’Albania”, un punto che aveva generato non poche speculazioni nei giorni precedenti la seduta.
Cosa prevedono i testi approvati
L’elenco dei paesi di origine sicuri, uno dei due capisaldi approvati, include Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia, oltre a tutti gli stati candidati all’adesione all’Unione. La designazione, che si applicherebbe a livello comunitario, comporta una procedura di esame delle domande d’asilo più rapida e stringente per i cittadini di queste nazioni, sulla base della presunzione che essi non siano soggetti a persecuzioni. Un’eccezione è prevista solo qualora il richiedente dimostri l’esistenza di “circostanze specifiche”, come il pericolo di “violenza indiscriminata” in un conflitto armato. Il secondo provvedimento, complementare al primo, rafforza invece le norme relative ai “paesi terzi sicuri”, un concetto che permette di respingere un migrante verso una nazione non Ue in cui ha transitato, se questa è considerata sicura. L’obiettivo dichiarato delle nuove regole è rendere più agevoli ed efficaci i rimpatri, una delle priorità politiche di molti governi nazionali.
Le reazioni e il percorso futuro
L’ira di alcuni parlamentari, tra cui l’italiana Ilaria Salis, è stata immediata e ha trovato spazio nel dibattito subito dopo il voto. Le critiche si sono concentrate sul rischio di un sistematico indebolimento delle garanzie individuali, in un quadro normativo che, secondo gli oppositori, sacrifica la protezione internazionale sull’altare della semplificazione amministrativa e del controllo dei flussi. Il lavoro della commissione Libe, tuttavia, non conclude l’iter: i testi dovranno ora essere negoziati con il Consiglio dell’Unione, che rappresenta i governi dei ventisette stati membri, prima di una votazione finale in plenaria. Quel che è certo è che il metodo adottato – l’accordo tra popolari e destre – ha già modificato gli equilibri interni al Parlamento di Strasburgo, inaugurando una fase di instabilità che potrebbe riverberarsi su altri dossier sensibili, in un contesto internazionale in rapida evoluzione.




