San Giorgio d’oro a Spirlì, la sinistra reggina si spacca a un mese dal voto
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Redazione Interno
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La consegna del San Giorgio d’Oro, la massima benemerenza civica conferita dal Comune di Reggio Calabria, si è trasformata in un rovente fronte di scontro politico ancor prima che il sipario calasse sul palcoscenico del Teatro Francesco Cilea. A innescare la miccia, nella giornata di ieri, è stata l’inclusione di Nino Spirlì nell’elenco dei premiati, una scelta che ha immediatamente provocato la durissima presa di posizione di due esponenti dell’area progressista, Demetrio Delfino (Alleanza Verdi e Sinistra) e Saverio Pazzano (referente del movimento La Strada e candidato a sindaco). La loro accusa, per nulla velata nei toni, ha definito l’operazione quanto meno “inopportuna”, sollevando un polverone che, nelle intenzioni dei critici, finisce per gettare un’ombra sulla legittimità stessa della cerimonia, anche se a guardare bene il timing, questo “antipasto di campagna elettorale” (come lo hanno definito alcuni osservatori locali) sembra rivelare molto più delle semplici divergenze estetiche sul curriculum del beneficiario.
L’antipasto elettorale che fa storcere il naso
La polemica, lanciata a muso duro da Saverio Pazzano già nelle prime ore del mattino, ha preso di mira il “metodo e la ratio” con cui sono stati assegnati i riconoscimenti. Il sindaco facente funzioni, Domenico Battaglia, candidato alla poltrona più alta per il centrosinistra, aveva annunciato di voler ampliare il numero dei beneficiari dopo anni in cui, a suo dire, l’amministrazione aveva “lesinato”. Un’apertura che però, agli occhi di chi oggi contesta, appare dettata più da logiche elettoralistiche che da genuine valutazioni meritorie. Del resto, che l’ombra delle urne influenzi le scelte pubbliche non è certo una novità nel panorama politico italiano, ma il fatto che la consegna delle benemerenze cittadine faccia “storcere il naso a più di qualcuno” segnala, secondo i detrattori, il superamento di un limite tacito. Non si contesta solo il nome di Spirlì, divenuto ormai un simbolo divisivo (tanto che c’è chi lo ha etichettato senza mezzi termini come esponente di posizioni ritenute estreme), ma la strumentalizzazione di un rituale che dovrebbe unire la cittadinanza attorno a figure esemplari.
Delfino e Pazzano contro l’operato dell’amministrazione
La posizione di Demetrio Delfino e di Saverio Pazzano è tanto più significativa se si considera che entrambi gravitano nell’orbita dell’area progressista, quella stessa che governa la città da oltre un decennio. Pazzano, sebbene candidato sindaco esterno alla coalizione ufficiale, è chiaramente collocabile nel perimetro del centrosinistra; Delfino, invece, è candidato nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, una delle formazioni che sostiene ufficialmente la corsa di Battaglia. Un cortocircuito politico, questo, che restituisce l’immagine di un fronte litigioso e sfilacciato a soli trenta giorni dal voto del 24 e 25 maggio. Invece di mostrare compattezza, la sinistra reggina ha offerto l’immagine di una macchina inceppata, dove gli attacchi all’amministrazione in carica provengono proprio da chi dovrebbe difenderne il bilancio.
Il caso Spirlì, sintomo di una deriva più profonda
Questa vicenda, quindi, non rappresenta soltanto un episodio di cronaca amministrativa, ma agisce come una lente d’ingrandimento sugli attriti endemici che attraversano il campo progressista. Le reazioni scomposte – si è parlato addirittura di toni “mai visti” neppure durante le più accese battute finali di altre competizioni elettorali – dimostrano una difficoltà strutturale a gestire le divergenze interne. C’è poi un altro aspetto che emerge dalle indiscrezioni: la “paternità” della scelta di includere Spirlì resta oggetto di scommesse e illazioni, con molti che cercano di capire se sia stata una decisione autonoma del commissario o se dietro ci sia la regia di qualcuno intenzionato a scardinare le alleanze. Ciò che è certo è che mentre la sinistra si dilania sul nome dell’ex governatore, sugli altri premiati, come il presidente dell’Inps Gabriele Fava – celebrato per aver guidato l’ente verso la digitalizzazione e la modernizzazione del welfare – o l’allenatore della Domotek Volley, cade un silenzio quasi assordante. Un silenzio che dimostra come l’indignazione, a Reggio come altrove, viaggi su binari strettamente selettivi.




