Giustizialisti o garantisti, il derby senza fine che spacca la sinistra
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Redazione Interno
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La duplice mobilitazione sulle piazze di Roma e di Firenze, per il No e per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, non rappresenta soltanto una mera occasione di confronto su una riforma giudiziaria. Quella che emerge, infatti, è la manifestazione plateale, quasi una semplificazione ruvida, di una frattura identitaria che percorre e dilania il campo progressista italiano da decenni, un'eredità profonda che affonda le radici nelle convulsioni politico-giudiziarie dei primi anni Novanta. La questione di fondo, mai realmente sanata, si impernia sull'interrogativo se l'area di sinistra debba mantenere un'impronta giustizialista, o quantomeno di stretta vicinanza a certi poteri togati, oppure se debba invece raccogliere il testimone di una tradizione riformista che pone al centro la cultura delle garanzie e dei limiti al potere punitivo dello Stato, sulla scia di figure come il socialista Giuliano Vassalli.
Il weekend doppio e le due facce del campo largo
La geometria di queste due anime si è materializzata in un fine settimana allungato e diametralmente opposto, quasi una rappresentazione scenica della divisione. A Roma, sabato, si è radunato il fronte del No con Elly Schlein, Giuseppe Conte e i leader della sinistra radicale, insieme a Maurizio Landini, in una contestazione frontale contro il governo. A Firenze, invece, il lunedì sarà il momento del fronte del Sì, quello che attinge a un'area riformista che guarda a quella storia, ricordando come posizioni favorevoli a un simile intervento normativo fossero presenti, in passato, sia nei Democratici di Sinistra che nella Margherita. È qui che si colloca l'associazione “Libertà Eguale”, composta da personalità di centrosinistra, la quale sostiene da tempo l'opportunità di questa modifica.
La riforma Nordio come cartina di tornasole
Il referendum sulla riforma promossa dal Ministro della Giustizia, pertanto, funge da potente cartina di tornasole, facendo venire prepotentemente alla luce l'esistenza di due sinistre che coesistono, spesso confliggendo, all'interno del medesimo alveo storico. Da una parte, chi vede nella separazione delle carriere dei magistrati un pericoloso indebolimento della giustizia e uno strumento di un disegno politico più ampio; dall'altra, chi vi legge un'evoluzione necessaria, un adempimento a quel principio di garanzia che considera fondativo di uno Stato di diritto maturo. Una parte di questi ultimi sottolinea come la riforma trovi le sue radici logiche proprio nel codice Vassalli, cercando così di ancorare la propria posizione a una tradizione socialista riformista in nome della quale si chiede una maggiore autonomia del singolo dalla potenza dell'accusa.
Un dibattito che supera il quesito referendario
La campagna referendaria, in questa luce, trascende ampiamente il merito tecnico-giuridico della questione, trasformandosi nell'arena per una battaglia di principio sulla stessa identità della sinistra nel Paese. È il riproporsi, in forme nuove e attraverso un oggetto legislativo concreto, dell'eterno dilemma tra la pulsione a utilizzare la leva giudiziaria come strumento di riequilibrio sociale e politico e la riflessione, più cauta, sulle garanzie processuali come baluardo inviolabile per tutti, a prescindere dalla posizione dell'imputato. Una dialettica, questa, che non si esaurirà con il voto, perché tocca il cuore di come una parte politica intende rapportarsi allo Stato e al suo potere, in un confronto che è storia e, insieme, attualità stringente.




