Giustizialisti o garantisti, l'eterno dilemma a sinistra (e avanza il fronte del Sì al Referendum)

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Serviva il referendum sulla legge Nordio, la cui posta in gioco è la separazione delle carriere dei magistrati, per riportare in primo piano una frattura che, nonostante le apparenze, percorre e anima la sinistra italiana da decenni. È una questione di identità profonda, che affonda le sue radici negli anni convulsi di Mani Pulite, quando si posero le basi per quel singolare intreccio, a tratti di compenetrazione, tra una parte della politica e una certa cultura togata. Dall’altro lato, però, esiste un filone altrettanto storico, che trae ispirazione da padri nobili del socialismo riformista come Giuliano Vassalli, il quale ha sempre teorizzato la necessità di bilanciare il potere punitivo dello Stato con un robusto sistema di garanzie individuali. I due raduni di questi giorni – quello romano del No e quello fiorentino del Sì – rappresentano, nella loro schematica contrapposizione, la manifestazione più evidente, quasi ruvida, di questa storia mai davvero conclusa.

Il doppio volto di un weekend lungo

Un sabato mattina a Roma e un lunedì pomeriggio a Firenze: il campo largo della sinistra ha vissuto un weekend doppio, specchiato, che ha messo in scena due anime difficilmente conciliabili. Sotto il cielo della Capitale, attorno allo stesso palco, si sono ritrovati Elly Schlein, Giuseppe Conte e i leader di Sinistra Italiana e Verdi, insieme a Maurizio Landini, a siglare una comune e feroce opposizione alla riforma voluta dal ministro. Una presenza, quella del segretario generale della Cgil, che ha ulteriormente consolidato il fronte del No, dipingendolo come un blocco unito nella difesa di una certa idea di giustizia. Poche centinaia di chilometri più a nord, tuttavia, si prepara un altro incontro, destinato a raccogliere quanti, pur collocandosi nello stesso orizzonte politico-culturale, leggono la proposta referendaria con uno sguardo differente.

La separazione delle carriere nel Pd

Il referendum, in effetti, agisce come un reagente chimico, facendo venire alla luce con immediatezza cristallina l’esistenza di quelle che, semplificando, potremmo definire le due sinistre. Esse convivono, a volte stridendo, all’interno dello stesso “corpaccione” storico, eredità di percorsi ideologici e sensibilità giuridiche che hanno preso strade divergenti. Se da un lato, quindi, il partito democratico ufficialmente sostiene la scelta del No attraverso la sua segretaria, dall’altro al suo interno, e in quell’universo riformista che gli gravita attorno, non mancano voci dissonanti. Alcuni, analizzando la genesi della riforma, ne sottolineano la discendenza ideale dal nuovo codice di procedura penale voluto proprio da Vassalli, un socialista, evidenziando come in passato, all’interno dei Democratici di Sinistra e della Margherita, le posizioni favorevoli a un simile passaggio non fossero affatto marginali.

Il fronte del Sì e l'associazionismo di centrosinistra

A guidare questo fronte, meno rumoroso ma culturalmente radicato, c’è chi, come l’associazione “Libertà Eguale”, sostiene apertamente la necessità del Sì al referendum. Si tratta di una realtà composta da persone tutte di centrosinistra, le quali pongono l’accento non su una difesa rativa della magistratura nella sua attuale organizzazione, bensì sul principio delle garanzie. La loro lettura, che si richiama esplicitamente alla tradizione socialista riformista, insiste sulla necessità di depurare il processo da ogni possibile, anche solo percepita, confusione di ruoli, ritenendo che una chiara separazione tra chi accusa e chi giudica sia l’unica strada per rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie. Una posizione, questa, che mira a ricalibrare il rapporto tra Stato e individuo, limitando il primo a vantaggio dei diritti del secondo, secondo una visione che, pur minoritaria oggi nel dibattito pubblico della sinistra, rivendica una lunga e prestigiosa genealogia.

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