Addio ad Aba, una città in lutto e la richiesta di giustizia
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Redazione Interno
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Un fiume di persone, silenzioso e commosso, ha invaso le strade della Spezia per l’ultimo, straziante saluto ad Abanoub Youssef, il diciottenne spento da una coltellata all’interno dell’istituto Einaudi-Chiodo nello scorso venerdì. Migliaia, tra familiari straziati dal dolore, compagni di scuola, semplici cittadini e rappresentanti della Chiesa copta in Italia, hanno seguito il feretro nel lento percorso dall’obitorio verso la Cattedrale di Cristo Re, dove si è celebrato il rito funebre, officiato in arabo e italiano, in un momento di raccoglimento che ha unito le due sponde del Mediterraneo. La diocesi, mettendo a disposizione la chiesa madre, ha offerto uno spazio solenne a una cerimonia d’addio che è divenuta, suo malgrado, un evento pubblico, segnato dai palloncini bianchi e celesti, dalle rose e dagli striscioni con su scritto “Aba vive”, branditi da ragazzi la cui giovinezza è stata violata da un evento di una brutalità inaudita.
Il lutto cittadino e la presa di distanza dai rumors
Il sindaco Pierluigi Peracchini aveva proclamato per quel giorno il lutto cittadino, un gesto formale che ha trovato riscontro concreto nelle bandiere a mezz’asta e nelle saracinesche abbassate dei negozi, mentre la città cercava di dare una forma collettiva a uno sgombero che difficilmente potrà attenuarsi. In quel contesto di cordoglio, tuttavia, ha trovato spazio anche una netta presa di posizione, volta a contrastare quelle che vengono definite “accuse e ricostruzioni senza fondamento”, circolate nei giorni immediatamente successivi al fatto di cronaca. A prenderne le distanze, a nome di tutti i genitori della classe 4^ M, è stato il loro rappresentante Alex Barini, il quale ha indirizzato una lettera breve ma dal contenuto molto preciso alla dirigente scolastica Gessica Caniparoli.
La richiesta di chiarezza nell’inchiesta giudiziaria
La missiva, per quanto concisa, non lascia spazio ad ambiguità e traccia una linea di separazione chiara tra il dolore per la perdita del giovane, conosciuto da tutti come Aba, e la necessità di non inquinare il percorso investigativo e giudiziario con narrazioni infondate. I firmatari, i quali si dicono “convinti che la giustizia farà chiarezza”, pongono dunque l’accento sulla fiducia nelle istituzioni e sull’attesa di verità processuali, in un momento in cui il rischio di facili e dannose speculazioni appare particolarmente elevato. Il fatto di cronaca, del resto, con la sua dinamica ancora al centro delle indagini, richiede un rigore che solo le autorità competenti possono garantire, al di là del rumore di fondo che spesso accompagna casi di tale risonanza.
Un ferita profonda nel tessuto della scuola
Quello che resta, dopo le esequie e dopo che la folla si è dispersa, è una ferita incancellabile nel cuore del sistema scolastico cittadino, un luogo che dovrebbe essere per definizione sicuro e che invece è stato teatro di un episodio di violenza letale. L’istituto tecnico, che ora deve affrontare il gravoso compito di tornare alla normalità, si trova a dover gestire non solo il trauma psicologico degli studenti e del personale, ma anche il peso di una memoria che segnerà per sempre le sue aule. La speranza, espressa da molti in quei giorni di lutto, è che dalle tenebre di questa tragedia possa sorgere una riflessione profonda, sebbene nessuna parola o gesto possa restituire la vita al diciottenne, la cui immagine resta fissata nelle foto portate in processione durante un addogo che ha unito, in un abbraccio simbolico, l’Italia e l’Egitto.




