L’altruismo fatale di Antony Josue, il vigilante sceso dalla sua auto sul Gra per aiutare uno sconosciuto
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Redazione Interno
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Roma, che spesso si mostra indifferente al dolore altrui, ha dovuto fare i conti con una perdita che brucia più di altre, quella di un uomo comune le cui azioni, specie nelle ore piccole della notte, hanno smentito ogni cinismo. Sul Grande Raccordo Anulare, all’altezza del chilometro 40,700 ovvero a ridosso dell’uscita per via Tuscolana, si è consumata una tragedia che mette in luce i contorni fragili della sicurezza stradale e il paradosso di chi muore per salvare chi non conosceva. Protagonista di questa storia – triste e in qualche modo esemplare – è Antony Josue, un vigilante di 35 anni appena compiuti lo scorso 20 novembre, che per vocazione (e lo si potrebbe definire quasi un istinto primario) ha deciso di trasformare l’ultimo quarto d’ora del suo turno di lavoro in un atto di eroismo silenzioso. Lì, in mezzo all’asfalto gelato dell’alba, Josue ha perso la vita, falciato mentre tentava di strappare alla morte degli estranei rimasti intrappolati nelle lamiere di una Fiat 500 ribaltata.
L’incidente, avvenuto intorno alle cinque e un quarto di domenica mattina, restituisce un’istantanea crudele di come spesso il dovere si scontri con l’imprevisto. Da quanto ricostruito, la sua giornata era iniziata ventiquattr’ore prima, alle dieci di sabato sera, quando aveva preso servizio per la Security Roma Management. Sarebbe dovuto tornare a casa dalla moglie Shamira e dai suoi due bambini, di sette e cinque anni, proprio alle sei del mattino. Invece, quando ha visto quella vettura capovolta al centro della carreggiata interna, non ha esitato. Prima di lanciarsi in mezzo al traffico, Josue – che non era un incosciente ma un professionista – ha avvisato la sala operativa via radio, segnalando l’intenzione di procedere con il soccorso. Un gesto tecnico, quasi burocratico, che nella sua semplicità rivela la consapevolezza del pericolo, un pericolo che lui sperava di tenere a bada ma che invece si è materializzato sotto forma di una Mercedes guidata da un ventiduenne.
La dinamica, ancora al vaglio della polizia stradale che ha effettuato i rilievi, racconta di una catena di fatalità iniziata con un incidente autonomo. Quella Fiat 500, probabilmente fuori controllo, si era ribaltata lasciando i suoi occupanti miracolosamente illusi ma certamente in stato di shock. Altri due automobilisti, oltre ad Antony, si erano fermati per dare una mano: una reazione a catena di solidarietà che purtroppo ha avuto un epilogo tragico. Mentre cercavano di prestare i primi soccorsi, la Mercedes sopraggiunta – forse a velocità eccessiva, forse distratta – ha travolto il gruppo, uccidendo sul colpo il vigilante e ferendo altre tre persone, poi trasportate in ospedale in codice giallo. Il conducente della Mercedes, un ragazzo di appena 22 anni, si è ritrovato al centro di una scena che nessuno vorrebbe mai vedere: il senza vita di un uomo che, fino a un minuto prima, cercava solo di salvare degli sconosciuti.
Il sacrificio di un padre “buono” e il dolore della moglie Shamira
La figura di Antony Josue, nell’immaginario che sta emergendo dai racconti dei familiari e dei colleghi, si delinea come quella di un uomo per il quale la generosità non era un’opzione ma una condizione dell’animo. A descriverlo è la moglie, Shamira, che lo ricorda con un dolore che non ha bisogno di aggettivi: «Mio marito era un buono, non ha esitato un istante pur di mettere in salvo uno sconosciuto». Lascia così due bambini – di sette e cinque anni – che ora dovranno convivere con l’assenza di un padre che, tra un turno di lavoro e l’altro, costruiva la sua felicità su piccoli gesti quotidiani. In una delle ultime testimonianze rilasciate, la moglie ha aggiunto un dettaglio che amplifica la portata della disgrazia: il padre di Antony, un certo Angelo, perse la vita nel 2016 sullo stesso identico tratto del Raccordo, travolto da un automobilista mentre era in sella al suo scooter diretto al lavoro. Una coincidenza spaventosa, quasi una maledizione famigliare, che lega indelebilmente la sorte di questa famiglia a quel maledetto chilometro di strada.
“Siamo tutti nati nel fango” ma lui guardava le stelle
Chi lo conosceva bene, come i colleghi della Security Roma Management, lo descrive come un esempio di dedizione e altruismo, qualità che non si spengono nemmeno dopo un’intera notte di lavoro. In azienda, dove lavorava da poco tempo, era riuscito a farsi volere bene da tutti: la battuta sempre pronta e la disponibilità a coprire i turni liberi lo avevano reso una colonna portante del gruppo. Ma l’eredità più bella che Josue lascia forse è racchiusa nella frase che campeggiava sul suo profilo social, una citazione che recita «Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle». Dentro questa massima c’è tutto il senso della sua parabola umana: un uomo nato dalla polvere del quotidiano, dalla stanchezza dei turni notturni, che però non ha mai abbassato lo sguardo. Sulla carreggiata del Gra, mentre le auto sfrecciavano nell’alba grigia, lui ha alzato gli occhi abbastanza a lungo da vedere il dovere, anche se quel gesto, purtroppo, gli è costato la vita.




