Il sacrificio di Antony Josue: si ferma sul GRA per aiutare i feriti e viene travolto come accadde al padre dieci anni fa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’istinto di fermarsi per prestare soccorso, in un’ora in cui il buio avvolge ancora il Grande Raccordo Anulare e la stanchezza di un turno di lavoro appena concluso suggerirebbe invece di accelerare verso casa, ha condannato a morte un uomo di trentacinque anni, Antony Josue, vigilante privato della Security Roma Management. L’incidente, che è avvenuto all’altezza del chilometro 40,700 nei pressi dello svincolo per via Tuscolana, si è consumato in pochi istanti: domenica all’alba, l’uomo aveva appena terminato la sua ronda notturna, quella che da residente nella Capitale conosceva bene, quando ha notato una Fiat 500 ribaltata sulla carreggiata interna; senza esitazione, ha comunicato via radio alla centrale operativa la sua intenzione di intervenire, accostando il proprio mezzo per avvicinarsi ai tre passeggeri rimasti intrappolati tra le lamiere.

La dinamica dell’investimento e l’incidente autonomo

Mentre Antony Josue si adoperava per verificare le condizioni dei feriti, un’operazione che secondo i primi riscontri lo aveva portato ad attraversare l’asfalto del raccordo, una Mercedes condotta da un ragazzo di soli ventidue anni è sopraggiunta a velocità sostenuta, travolgendolo in pieno. L’impatto, che gli è stato fatale, ha coinvolto anche un altro veicolo in transito, causando il ferimento di altre tre persone, subito trasportate in codice giallo negli ospedali Tor Vergata e Sant’Eugenio. Il giovane conducente della Mercedes, sotto choc, è stato sottoposto agli accertamenti del caso – volti a verificare l’eventuale assunzione di alcol o sostanze – e denunciato per omicidio stradale. Sul posto, oltre ai sanitari del 118 che non hanno potuto fare altro che constatare il decesso, sono intervenute le pattuglie della polizia stradale per i rilievi del caso, mentre i vigili del fuoco estraevano i feriti dalle lamiere della Cinquecento.

Il tragico destino famigliare sullo stesso tratto di strada

Quello che trasforma questo ennesimo sinistro sul GRA in una vicenda dalla profondità drammatica quasi inaudita è il passato che portava con sé la vittima, o meglio il destino che sembra perseguitare la sua famiglia. Shamira, la moglie di Antony, ha rivelato ai giornalisti che il suocero, Angelo Josue, perse la vita esattamente nello stesso punto del raccordo anulare nel 2016. “Antony e suo padre morti su quel maledetto tratto di strada”, ha dichiarato la donna, ricordando come il genitore fosse stato investito mentre viaggiava al lavoro in sella al suo scooter; una coincidenza geografica che getta un’ombra lunga dieci anni sulla sicurezza di quelle barriere d’asfalto. La coppia, che si era conosciuta nel luglio del 2017 – un anno esatto dopo quella prima tragedia – si era sposata nel dicembre del 2019, costruendo quella famiglia che Antony desiderava così ardentemente dopo la perdita del padre.

L’uomo, il lavoratore e il vuoto lasciato alla famiglia

Per i colleghi e per l’azienda di vigilanza privata per cui prestava servizio da circa un anno, Antony Josue – che era nato a Roma il 20 novembre – rappresentava l’esempio del professionista dedito al dovere e dell’uomo dal carattere solare. Secondo quanto ricostruito, la sua notte di lavoro si stava per concludere: alle sei del mattino avrebbe dovuto raggiungere la centrale operativa per riconsegnare l’auto di servizio, salvo poi rientrare dalla moglie Shamira e dai due figli, di sette e cinque anni. Invece, quel tragitto che avrebbe dovuto riportarlo tra le mura domestiche è stato interrotto per sempre da un atto di altruismo che non gli ha lasciato scampo. La donna, che lo ricorda come un uomo che viveva per la sua famiglia e che amava portare i figli al mare o in gita in moto, ha raccontato ai cronisti l’ultima, telefonica rassicurazione avvenuta verso le ventitré della sera prima: “Sapevo che verso le sette del mattino, quando mi sarei svegliata, lui sarebbe stato a casa”. Ma il risveglio, quella domenica, è stato il silenzio dell’assenza e una chiamata che annunciava l’irreparabile.

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