Tè e caffè, l’assunzione moderata di caffeina incide sul rischio di demenza: lo studio pubblicato su Jama
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Redazione Salute
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Una mole imponente di dati, raccolta nell’arco di quarantatré anni su un campione di 131.821 operatori sanitari statunitensi, ha permesso ai ricercatori del Mass General Brigham e della Harvard T. H. Chan School of Public Health di approfondire la relazione tra il consumo di caffè e tè e la salute cerebrale. Lo studio, pubblicato il 9 febbraio 2026 sulle pagine del Journal of the American Medical Association, ha incrociato i consumi alimentari rilevati ogni due-quattro anni con l’incidenza di demenza, il declino cognitivo riferito dai soggetti stessi e le prestazioni cognitive misurate attraverso test standardizzati come il Telephone Interview for Cognitive Status -2-5-8.
Nel corso del periodo di osservazione, durato sino al 2023 per il Nurses’ Health Study e sino alla stessa data per l’Health Professionals Follow-up Study, sono stati documentati 11.033 casi di demenza. L’analisi, depurata da numerosi fattori confondenti legati allo stile di vita, ha evidenziato come i partecipanti collocati nel quartile più alto per assunzione di caffè con caffeina presentassero un rischio di sviluppare la patologia ridotto del 18 per cento rispetto a quelli nel quartile più basso; la prevalenza del declino cognitivo soggettivo, misurato attraverso un punteggio specifico, risultava altresì inferiore – 7,8 per cento contro 9,5 – nei consumatori abituali -2-5.
La specificità della caffeina e il ruolo delle quantità moderate
Il disegno dello studio ha operato una distinzione fondamentale tra le bevande contenenti caffeina e quelle prive dello stimolante: il caffè decaffeinato, infatti, non ha mostrato alcuna associazione statisticamente significativa con la riduzione del rischio di demenza né con il miglioramento delle funzioni cognitive. Un dato, quest’ultimo, che suggerisce come la caffeina – o forse la sua interazione sinergica con altri composti bioattivi presenti nel caffè e nel tè, quali i polifenoli – rappresenti il fattore determinante dell’effetto neuroprotettivo osservato -5-8-9.
La relazione tra quantità assunte ed esiti cognitivi non è risultata lineare. L’analisi dose-risposta ha individuato una curva non lineare nella quale l’associazione più marcata con la riduzione del rischio si concentrava attorno a specifici intervalli di consumo: da due a tre tazze giornaliere di caffè contenente caffeina oppure da una a due tazze di tè -2-5. Oltre tali soglie, il beneficio aggiuntivo tendeva a stabilizzarsi, senza peraltro che emergessero effetti avversi correlati a un’assunzione superiore, contrariamente a quanto ipotizzato in ricerche precedenti -8-9.
La funzione cognitiva oggettiva e i limiti dell’osservazione
Nel solo Nurses’ Health Study, dove è stato possibile somministrare ripetutamente batterie di test neuropsicologici, è emerso un quadro parzialmente sfumato. Le partecipanti con il più elevato introito di caffè caffeinato ottenevano punteggi mediamente superiori al Telephone Interview for Cognitive Status, con una differenza di 0,11 punti rispetto alle astensioniste; il miglioramento della cognizione globale, invece, pur mostrando un trend positivo, non ha raggiunto la soglia di significatività statistica, fermandosi a un valore P di 0,06 -2-5.
I ricercatori, coordinati da Yu Zhang e Daniel Wang, hanno sottolineato la natura osservazionale dello studio, che impedisce di stabilire un nesso causale diretto, e hanno ricordato come l’entità dell’effetto misurato sia complessivamente modesta se rapportata ad altri determinanti della salute cerebrale quali l’attività fisica o l’astensione dal fumo -8-9. Cionondimeno, la coerenza interna dei dati – corroborata dall’assenza di benefici per le versioni decaffeinate e dalla persistenza dell’associazione anche dopo aver controllato per dieta, indice di massa rea e abitudini voluttuarie – rafforza l’ipotesi che l’integrazione di caffè e tè nell’alimentazione quotidiana possa costituire uno dei molteplici fattori in grado di modulare favorevolmente la traiettoria dell’invecchiamento cerebrale.
Predisposizione genetica e confronto con altre bevande
Un ulteriore elemento d’interesse, emerso dall’analisi dei sottogruppi, riguarda l’indipendenza dell’effetto dalla predisposizione genetica alla demenza. Gli autori hanno verificato che la riduzione del rischio associata al consumo di caffeina si manifestava in misura analoga sia nei portatori di varianti genetiche sfavorevoli sia in quelli a basso rischio ereditario, suggerendo che l’intervento dietetico potrebbe agire su meccanismi patogenetici comuni e trasversali -8-9. Parallelamente, lo studio ha riconfermato l’assenza di correlazioni protettive per il tè decaffeinato, mentre non ha esteso l’indagine ad altre fonti di caffeina come le bevande analcoliche, già oggetto in passato di valutazioni separate da parte dello stesso gruppo di Harvard -1-4-6.




