L’intelligenza artificiale, il crollo dei titoli del software e la visione di Cathie Wood: chi vincerà la scommessa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il terremoto che ha scosso i mercati nelle ultime settimane, con un sell-off che ha bruciato qualcosa come duemila miliardi di dollari di capitalizzazione nel solo settore del software secondo stime recenti, ha riacceso il dibattito sul reale valore dell’intelligenza artificiale. Da un lato c’è chi, come la società di ricerca Citrini, ipotizza scenari apocalittici per l’occupazione e per i listini, immaginando un futuro in cui agenti digitali autonomi renderanno superflue intere categorie professionali, con un conseguente crollo della domanda aggregata. Dall’altro lato, investitori del calibro di Cathie Wood, alla guida di Ark Invest, continuano a vedere nell’AI la più grande opportunità dei nostri tempi, una forza in grado innescare un’esplosione di produttività e di nuova imprenditorialità tale da accelerare la crescita del PIL globale.
La profezia di Ark Invest: crescita, non disoccupazione
La posizione di Cathie Wood, emersa con chiarezza in un recente intervento sulla piattaforma X, si pone in netta antitesi con le narrazioni più catastrofiste. Secondo la gestore di Ark Invest, l’intelligenza artificiale non causerà una disoccupazione di massa, bensì darà vita a un boom senza precedenti dell’attività imprenditoriale. Il ragionamento si basa su un assunto preciso: il crollo dei costi legati all’inferenza, ovvero alla capacità dei modelli di generare risposte e svolgere compiti, che in un solo anno è diminuita del 99%, renderà l’intelligenza artificiale talmente pervasiva ed economica da moltiplicare le opportunità. Chi saprà sfruttare questi strumenti, sostiene Wood, potrà risolvere problemi complessi e creare nuovi mercati, in un circolo virtuoso che spingerà al rialzo la produttività e, di riflesso, terrà a bada l’inflazione. Le turbolenze attuali, in quest’ottica, non sarebbero altro che le fisiologiche dislocazioni di breve termine che accompagnano ogni rivoluzione tecnologica, destinate a lasciare il posto a opportunità ben più grandi.
Il crollo del software e l’effetto domino sui listini
Eppure, i timori degli investori sono più che tangibili e si riflettono nei prezzi. Il settore del software, in particolare, è stato investito da un’ondata di vendite che ha fatto seguito al lancio di nuovi strumenti come Claude Code di Anthropic, capace di modernizzare in pochi mesi codice scritto in linguaggi obsoleti come il COBOL, un'attività che fino a ieri garantiva ingenti ricavi a colossi come IBM, il cui Titolo ha subito un crollo superiore al 13%. Il mercato sembra scommettere sulla tesi secondo cui se un’intelligenza artificiale può scrivere codice, gestire la contabilità o svolgere analisi legali, i software che attualmente presidiano questi comparti potrebbero diventare improvvisamente obsoleti. Il timore di una disintermediazione generalizzata non ha risparmiato neppure il mondo della finanza: azioni di reti di consulenza e wealth manager come FinecoBank, Banca Mediolanum e Banca Generali hanno registrato cali significativi, con ribassi compresi tra il 4% e il 9%, di fronte all’ipotesi che piattaforme basate sull’AI possano erodere quote di mercato alla consulenza tradizionale.
L’errore logico: il software come linguaggio organizzativo
A gettare acqua sul fuoco, o quantomeno a proporre una lettura più sfumata, è però chi di software e finanza si occupa da sempre. Andrea Pignataro, fondatore del gruppo Ion e uomo più ricco d’Italia secondo Forbes, ha pubblicato un documento intitolato "The Wrong Apocalypse" in cui mette in guardia da quella che definisce la "fallacia della sostituzione". Secondo Pignataro, il mercato sta commettendo un errore grossolano nel confondere un compito cognitivo, che l’AI può certamente svolgere, con il sistema complesso che lo rende possibile all’interno di un’organizzazione. Il software aziendale, spiega, non serve solo a "pensare" ma a coordinare il lavoro cognitivo, diventando una vera e propria grammatica, un linguaggio condiviso all’interno di un’impresa. Sostituirlo radicalmente con un’intelligenza artificiale esterna equivarrebbe a chiedere a un’intera comunità di cambiare idioma dall’oggi al domani: un processo che richiederebbe anni e causerebbe enormi attriti. Le aziende, in altre parole, non possono semplicemente rimpiazzare i loro software come si cambia un vestito, perché quei programmi sono parte integrante della loro identità operativa e del loro capitale organizzativo.
Il paradosso, per Pignataro, è che nel tentativo di rimanere competitive, le singole imprese stanno inconsapevolmente addestrando il proprio sostituto. Ogni volta che uno studio legale o una società di consulenza utilizza un’intelligenza artificiale per svolgere un compito, non sta solo aumentando la propria produttività, ma sta insegnando alla piattaforma la grammatica del proprio settore, i suoi standard e i suoi modelli comunicativi. Questo processo, a lungo andare, potrebbe creare delle piattaforme talmente potenti da accumulare una "cartografia" dell’industria superiore a quella di qualsiasi singolo attore, ponendo le basi per una futura disintermediazione. Il rischio sistemico, dunque, esiste, ma i tempi e le modalità con cui si manifesterà sono ben più lunghi e complessi di quanto l’istantanea reazione dei mercati azionari lasci intendere.




