La profezia di Jensen Huang sulla Cina che vincerà la corsa all'intelligenza artificiale
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Redazione Economia
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Nessuno, è ovvio, possiede una sfera di cristallo per scrutare il futuro, ma quando a parlare è Jensen Huang, l'amministratore delegato di Nvidia, le sue parole assumono un peso specifico che pochi, nel panorama tecnologico globale, possono eguagliare. In un intervento al Summit del Futuro dell'Intelligenza Artificiale organizzato dal Financial Times a Londra, Huang ha tracciato uno scenario netto e senza mezzi termini, sostenendo che la Cina sia destinata a vincere la corsa globale allo sviluppo dell'AI. Una previsione che, provenendo dal leader dell'azienda i cui chip alimentano gran parte delle applicazioni di intelligenza artificiale nel mondo e che per prima ha superato i cinquemila miliardi di dollari di valore di mercato, non può essere liquidata come una semplice opinione.
I tre pilastri del vantaggio cinese
Le ragioni addotte da Huang per giustificare la sua tesi si fondano su un vantaggio competitivo che egli ritiene strutturale. A favorire la Cina, secondo quanto da lui dichiarato, concorrerebbero principalmente i più bassi costi dell'energia, un fattore determinante per alimentare i vasti e assetati data center necessari all'addestramento dei modelli, e un quadro normativo meno stringente, il quale permetterebbe una sperimentazione più agile e meno vincolata. A questi elementi, di natura per così dire materiale, Huang ne ha aggiunto un terzo, di tipo culturale: l'Occidente, inclusi gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, sarebbe infatti frenato da un eccesso di "cinismo", contrapposto a un necessario "ottimismo" di cui invece godono altri attori sulla scena internazionale.
Il contesto delle dichiarazioni e la mossa di Pechino
Le dichiarazioni di Huang, che in passato aveva però affermato come la leadership statunitense potesse essere preservata se il mondo intero, compresa la vastissima base di sviluppatori cinesi, avesse continuato a fare affidamento sull'architettura Nvidia, giungono in un momento di forte accelerazione delle politiche industriali di Pechino. La Cina, infatti, ha recentemente imposto ai nuovi data center finanziati con fondi pubblici l'uso esclusivo di chip per l'intelligenza artificiale di produzione nazionale, di fatto escludendo dai propri appalti strategici i principali fornitori stranieri, tra cui proprio Nvidia, AMD e Intel. Questa mossa, interpretata come un deciso passo verso il rafforzamento della sovranità tecnologica, mira esplicitamente a ridurre la dipendenza dai semiconduttori occidentali e a creare un ecosistema autonomo.
Una strategia per l'autosufficienza tecnologica
La scelta di Pechino di blindare i propri data center statali rappresenta l'ultimo tassello di una strategia di lungo periodo, tesa a costruire un'autonomia tecnologica che passa inevitabilmente attraverso la filiera dei semiconduttori. Mentre l'Occidente discute di regolamentazioni e limiti, la Cina procede con misure protezionistiche che, se da un lato isolano il suo mercato interno, dall'altro forniscono un potente volano alle aziende locali, costrette a innovare senza poter contare su componenti esteri. Questo dualismo, tra un approccio più cauto e un altro spiccatamente pragmatico, sembra essere al centro dell'analisi di Huang, il quale, pur parlando a un pubblico internazionale, lancia un monito che appare chiaramente indirizzato all'amministrazione di Donald Trump, affinché valuti con attenzione le politiche industriali e le agevolazioni per il settore.




