Wall Street scopre la paura dell’AI: in fumo 1.200 miliardi nel software

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il vento è cambiato radicalmente a Wall Street, e il comparto tecnologico, per anni il motore incontrastato dei listini, si trova ora al centro di una tempesta perfetta. In meno di un mese, tra il 28 gennaio e il 13 febbraio del 2026, il settore del software ha visto evaporare dalla propria capitalizzazione qualcosa come 1.200 miliardi di dollari, un tracollo che ha ribaltato come un calzino la narrazione dominante degli ultimi anni. L’intelligenza artificiale, un tempo salutata come la linfa destinata a irrigare ogni settore dell’economia, è percepita oggi da una moltitudine di investitori come una minaccia esistenziale per le stesse aziende che quel software lo producono e lo vendono. Il timore non è più circoscritto alla mera sostenibilità di valutazioni di Borsa talvolta speculative, ma affonda le radici in una preoccupazione ben più concreta: la possibilità che modelli di business, costruiti in decenni di dominanza tecnologica, possano essere resi obsoleti in tempi rapidissimi da una innovazione, quella generativa, che galoppa molto più velocemente della capacità di reazione e adattamento delle imprese. Ad innescare l’ondata di vendite, che ha colpito in modo trasversale colossi come Ibm – la quale ha registrato un tonfo del 13,1% in una seduta, il peggiore dal 2000 – e società come Datadog o CrowdStrike, sono state le ultime frontiere del lavoro portate alla luce da Anthropic. I nuovi plugin di Claude Cowork e l'avanzamento di Claude Code hanno mostrato al mercato, con una chiarezza forse finora solo teorica, come un sistema di intelligenza artificiale sia oggi perfettamente in grado di redigere documenti legali complessi, gestire interi flussi contabili e automatizzare una vasta gamma di attività tipiche del lavoro cognitivo strutturato. In sostanza, il mercato ha cominciato a prezzare la cosiddetta "FOBO", la paura di diventare obsoleti, chiedendosi se un agente AI in grado di fare ciò che fa un software non renda, di fatto, quel medesimo software superfluo -1-2-3.

Il paradosso secondo Pignataro: formiamo i nostri sostituti

In questo clima di incertezza e di panico finanziario si inserisce la riflessione di Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di Ion Group, nonché, secondo la classifica di Forbes, l’uomo più ricco d’Italia. La sua società, che sviluppa software e piattaforme tecnologiche per l’universo della finanza, lo pone in una posizione privilegiata per osservare la tempesta da dentro l'occhio del ciclone. Pignataro ha diffuso un documento, intitolato "The Wrong Apocalypse" ("L'apocalisse sbagliata"), nel quale, lungi dal demonizzare l'intelligenza artificiale in sé, sposta il fuoco dell'analisi sulle conseguenze, potenzialmente devastanti, del suo utilizzo acritico e generalizzato. Il suo intervento si configura come una risposta alle provocatorie affermazioni di Dario Amodei, fondatore di Anthropic, secondo cui entro i prossimi cinque anni la metà dei cosiddetti "colletti bianchi", impiegati e professionisti, potrebbe essere sostituita dalle IA, una previsione solo leggermente più cauta di quella di Mustafa Suleyman, numero uno di Microsoft AI, che parla di una finestra temporale di appena 12-18 mesi. Il punto centrale della tesi di Pignataro, che ha scelto di pubblicare il suo saggio proprio per correggere quella che ritiene una lettura distorta della realtà, è che i mercati stanno sbagliando bersaglio: non è la sostituibilità del software il vero pericolo, quanto piuttosto la dinamica perversa che si innesca quando le aziende, nel tentativo di rimanere competitive, addestrano inconsapevolmente le piattaforme che un domani potrebbero disintermediarle -2.

Il software come linguaggio e la tragedia dei beni comuni

Per comprendere la posizione di Pignataro, occorre addentrarsi nella sua concezione del software aziendale, che egli descrive non come un mero strumento per eseguire compiti, ma come l’ossatura stessa, la "grammatica" della vita organizzativa. Le aziende, spiega il fondatore di Ion Group, non si limitano a utilizzare un gestionale come Salesforce o un ERP; esse "parlano" attraverso quelle piattaforme, inrando al loro interno processi, metriche, gerarchie e modalità di coordinamento. Sostituire un software profondamente integrato, quello che Pignataro definisce lo strato più "istituzionale" dell'infrastruttura digitale, non equivale a cambiare un attrezzo, ma significherebbe riscrivere il linguaggio con cui un'intera organizzazione opera, un processo che richiederebbe anni di attriti e resistenze. Ecco perché, secondo la sua analisi, l'erosione colpirà inizialmente lo strato più "commodity" del software, mentre le soluzioni più radicate nei processi organizzativi mostreranno una maggiore resilienza. Ma è a questo punto che si inserisce il paradosso più insidioso, una dinamica che Pignataro descrive come una vera e propria "tragedia dei beni comuni" applicata all'economia digitale. Ogni singola azienda, adottando strumenti di intelligenza artificiale per guadagnare produttività e non restare indietro rispetto ai concorrenti, compie una scelta perfettamente razionale dal suo punto di vista individuale. Tuttavia, il risultato collettivo di queste miriadi di decisioni razionali è potenzialmente catastrofico. Ogni volta che uno studio legale utilizza un'IA per preparare bozze di contratti, o una società di consulenza la impiega per analisi di mercato, non sta solo automatizzando un compito; sta insegnando alla piattaforma la "grammatica" del proprio settore, svelandogli gli standard di rigore, i modelli comunicativi e le strutture argomentative che ne costituiscono il valore aggiunto. Le piattaforme, accumulando queste informazioni in modo aggregato e longitudinale, arrivano a possedere una cartografia dettagliata di interi comparti – dalla consulenza legale a quella finanziaria, dalle assicurazioni all'advisory – che nessuna singola azienda potrebbe mai avere. In pratica, le imprese stanno addestrando il proprio rimpiazzo -1-2.

La reazione a catena e il rallentamento europeo come freno

Se questa traiettoria dovesse dispiegarsi in tutta la sua potenziale portata, gli effetti non si fermerebbero certo al solo comparto del software. L’impatto, come una reazione a catena, finirebbe per colpire l’intero settore dei servizi professionali, con conseguenze drammatiche sull’economia reale. Se i clienti, siano essi grandi aziende o privati, potessero rivolgersi direttamente a un’intelligenza artificiale per ottenere una consulenza legale o finanziaria, aggirando gli studi e le società specializzate, si verificherebbe una contrazione degli introiti capace di innescare danni sistemici. Le economie di intere metropoli, da Londra a New York, che dipendono in larga parte dai fatturati e dall'indotto generato da queste realtà, si troverebbero a fronteggiare una crisi strutturale profonda, che coinvolgerebbe il mercato immobiliare commerciale, i viaggi d'affari e le stesse basi fiscali urbane. In questo quadro di potenziale disgregazione, la stessa frammentazione regolatoria europea, spesso criticata e vista come un freno alla competitività soprattutto negli Stati Uniti di Donald Trump, potrebbe paradossalmente trasformarsi in un fattore di protezione. Il GDPR e il nuovo AI Act, con i loro vincoli e le loro complessità, potrebbero agire come un attrito, rallentando la velocità di propagazione dello shock e dando a imprese e istituzioni il tempo per elaborare strategie di adattamento meno traumatiche. La sfida, come la pone Pignataro, non è più soltanto tecnologica, ma diventa una questione di allineamento tra innovazione e coesione del tessuto civile ed economico. La domanda da porsi, suggerisce l'imprenditore, non è più "Cosa può fare l'AI?", bensì "Cosa succede alle entità che tengono insieme il nostro tessuto sociale se venissero considerate non più necessarie?" -1-2.

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