Il grande timore di Wall Street: l’intelligenza artificiale divora se stessa e il mercato perde 1.200 miliardi
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Redazione Economia
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Non è il solito aggiustamento tecnico, né una semplice correzione dopo un periodo di euforia: quello che ha colpito il comparto software nelle ultime sedute di borsa ha la consistenza di un terremoto, e i suoi epicentri vanno cercati non tanto nei fondamentali delle aziende, quanto nella natura stessa della tecnologia che fino a ieri veniva celebrata come la principale fonte di crescita. In meno di un mese, dal 28 gennaio al 13 febbraio di quest’anno, oltre 1.200 miliardi di dollari di capitalizzazione sono letteralmente evaporati dal settore del software enterprise, un crollo che ha ribaltato la narrativa dominante: l’intelligenza artificiale, da motore inesauribile di profitti, si è trasformata agli occhi degli investitori in un fattore di rischio sistemico. Il timore, ormai, non riguarda più soltanto la sostenibilità di valutazioni talvolta spericolate, ma la concreta possibilità che interi modelli di business, costruiti in decenni di innovazione, vengano resi rapidamente obsoleti da una tecnologia che procede a una velocità superiore alla capacità di adattamento delle stesse imprese che l’hanno generata.
Il segnale d’allarme arriva dai nuovi strumenti di Anthropic
A innescare la fuga dalle azioni del settore non è stata una profezia generica, ma l’impatto concreto di due innovazioni. I nuovi plugin di Claude Cowork, sviluppati da Anthropic, e i progressi di Claude Code hanno mostrato al mercato qualcosa di tangibile: sistemi di intelligenza artificiale oggi sono effettivamente in grado di redigere documenti legali complessi, gestire interi flussi contabili e automatizzare gran parte del lavoro cognitivo strutturato, quello un tempo considerato il feudo inespugnabile dei cosiddetti colletti bianchi. La reazione è stata immediata perché la dimostrazione pratica ha reso evidente ciò che fino a ieri era solo una teoria da esperti: se una macchina può fare meglio e più velocemente il lavoro di un ufficio, allora il software che serve a far funzionare quell’ufficio potrebbe non servire più, o servire in quantità molto minori. Il mercato, in sostanza, ha scontato in poche sedute la possibilità che le licenze software, i servizi e le piattaforme su cui si regge l’economia digitale diventino improvvisamente meno necessari.
La riflessione di Andrea Pignataro: “Stiamo addestrando chi ci sostituirà”
In questo clima di incertezza, si inserisce la voce di uno degli attori più potenti e al contempo più riservati del settore. Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di Ion Group, nonché secondo uomo più ricco d’Italia secondo la rivista Forbes, ha scelto di intervenire nel dibattito non con un’intervista, ma con un documento programmatico intitolato “The Wrong Apocalypse” (“L’apocalisse sbagliata”). Il suo non è un atto d’accusa contro l’intelligenza artificiale in sé, ma una riflessione sulle conseguenze del suo utilizzo, definito “indiscriminato”, da parte delle aziende. Pignataro parte proprio dal dato della maxi-perdita di Borsa per sviluppare una tesi che rovescia la prospettiva comune. Se è vero, come sostiene Dario Amodei, fondatore e Ceo di Anthropic, che nei prossimi cinque anni l’intelligenza artificiale potrebbe rimpiazzare la metà dei lavoratori impiegatizi e professionali, allora il panico degli investitori non dovrebbe concentrarsi sulle singole aziende produttrici di software, ma sul fenomeno più ampio della sostituibilità.
La tesi di Pignataro, esposta nel documento che è possibile scaricare integralmente, è che ci troviamo di fronte a un paradosso. Le imprese, spinte dalla necessità di rimanere competitive e di tagliare i costi, adottano con entusiasmo strumenti di intelligenza artificiale, addestrandoli sui propri dati e flussi di lavoro. In questo modo, però, non fanno altro che alimentare lo stesso sistema che sta imparando a renderle superflue. “La decisione di ogni singola azienda di impiegare l’AI è razionale se presa isolatamente”, scrive Pignataro, “ma il risultato collettivo di tutte queste decisioni razionali potrebbe rivelarsi catastrofico”. Il fondatore di Ion Group lancia così un monito che va oltre l’allarme tecnologico, toccando le fondamenta stesse del capitalismo digitale: se la tecnologia che dovrebbe aumentare l’efficienza finisce per cannibalizzare i modelli di business che l’hanno prodotta, allora il rischio non è più solo di natura tecnica, ma diventa sistemico, e riguarda l’intera architettura finanziaria ed economica costruita intorno al software. L’apocalisse, per Pignataro, non sarebbe quella della macchina che diventa senziente, ma quella, molto più prosaica e improvvisa, del mercato che si accorge di aver investito su un pilota automatico che non ha più una destinazione verso cui guidare.




