Wired Italia chiude, l’intelligenza artificiale divora la testata nata per raccontarla
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Redazione Economia
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L’annuncio, arrivato l’altroieri nel giorno dello sciopero nazionale dei giornalisti, ha il sapore amaro di un paradosso industriale più che di una semplice scelta di bilancio. Roger Lynch, amministratore delegato di Condé Nast, ha comunicato la cessazione delle attività editoriali della rivista, motivandola con ragioni economiche che, a una lettura attenta, rivelano un passaggio epocale: Wired Italia, insieme ad altre testate coinvolte nella ristrutturazione, rappresenterebbe poco più dell’1% del fatturato complessivo, un peso ritenuto insostenibile per un gruppo che guarda al futuro. Eppure, sarebbe riduttivo fermarsi ai soli numeri di cassa, perché la decisione del gruppo americano si inserisce in un processo fisiologico – seppur drammatico – di mutazione del mercato dell’informazione. Quel che colpisce, nell’analisi del CEO, è il riferimento esplicito alla necessità di riallocare le risorse liberate proprio verso lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, come se la creatura (la testata nata per esaltare l’innovazione tecnologica) venisse ora sacrificata sull’altare del suo stesso creatore.
Il cortocircuito di una missione tradita
Antonino Caffo, giornalista che con Wired Italia ha collaborato a lungo, lo definisce senza mezzi termini: «L’IA divora la testata nata per raccontarla». Non è un caso isolato, ma il sintomo di un cambiamento radicale nel rapporto tra l’informazione e la tecnologia. Da semplice oggetto della narrazione, l’algoritmo diventa il soggetto che eroga i contenuti, bypassando il filtro della redazione. I dati forniti dallo stesso Caffo dipingono un quadro impietoso: a dicembre 2025, le pagine viste dei primi venti editori italiani sono calate del 14% su base annua, mentre gli utenti italiani di applicazioni di IA sono cresciuti del 76%, toccando una media di 13,7 milioni di persone. I lettori, insomma, trovano risposte immediate nei chatbot senza più passare dai siti delle testate, un’abitudine che prosciuga il traffico e, con esso, le risorse pubblicitarie che per decenni hanno sostenuto il giornalismo gratuito sul web. Non si tratta di un calo di qualità del prodotto, che anzi il direttore Luca Zorloni stava orientando verso un approfondimento sempre più marcato, quanto di un’obsolescenza del modello di distribuzione.
L’assenza di un contratto e la vertenza simbolica
La concomitanza con la data del 16 aprile non è stata casuale, e lo stesso Lynch non ha potuto evitare di calpestare un terreno minato. Proprio mentre la Federazione Nazionale della Stampa Italiana incrociava le braccia per chiedere il rinnovo di un contratto fermo ormai da un decennio, la scure di Condé Nast si abbatteva su una delle firme più prestigiose del panorama nazionale. La senatrice Barbara Floridia, presidente della commissione di vigilanza Rai, ha definito la notizia come un segnale di una difficoltà più profonda nel riconoscere valore all’informazione che prova a interpretare il presente. Al di là del cordoglio di rito, la vertenza tocca un nervo scoperto: come si tutela il lavoro intellettuale quando i contenuti prodotti in redazione (e pagati con sacrificio) vengono riversati nei database delle grandi piattaforme per addestrare modelli linguistici che, domani, restituiranno risposte sintetiche senza generare un click per chi ha originato l’informazione? La richiesta di un equo compenso e di regole chiare sull’uso dell’IA in redazione non è più una rivendicazione sindacale, ma una condizione di sopravvivenza.
Un futuro da consulenti senza redazione
Condé Nast, in ogni caso, non abbandona del tutto il mercato italiano. Il marchio Wired sopravviverà, ma solo nella sua declinazione commerciale: eventi dal vivo e la divisione consulting (consulenza alle imprese) continueranno a operare, sebbene gestiti dal coordinamento principale della sede di Londra. È un passaggio decisivo dal modello B2C, dove si vende l’attenzione del lettore agli inserzionisti, al modello B2B, dove si vende prestigio e competenza direttamente alle aziende. La redazione, intesa come presidio culturale e luogo di produzione di inchieste, viene smantellata perché ritenuta un costo fisso non più compatibile con i margini di un gruppo che deve rendere conto ai propri azionisti. Ciò che si perde, oltre ai posti di lavoro, è quella funzione di “ponte” tra l’innovazione e la società civile che Wired aveva saputo costruire sin dal lontano 2009, quando esordì in edicola con Rita Levi-Montalcini in copertina. Una voce in meno nel pluralismo, in un’epoca in cui la macchina sostituisce l’uomo non solo nella catena di montaggio, ma anche nella produzione della prima bozza di cronaca.




