Editoria, il caso Wired Italia tra chiusura e promesse di un «follow up» politico
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Redazione Economia
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«Apprendo con dispiacere la notizia della chiusura di Wired Italia annunciata oggi dall'editore». Con queste parole, che portano la data del 19 aprile, il sottosegretario di Stato con delega al dipartimento Editoria, Alessandro Morelli (Lega), è intervenuto a caldo su una vicenda che, a ben guardare, non rappresenta un fulmine a ciel sereno. Il ramo italiano della testata nata nel 2009, specializzata nell’intersezione tra tecnologia, scienza e trasformazioni culturali, cesserà le pubblicazioni per volontà della casa madre Condé Nast; una decisione che l’amministratore delegato del gruppo, Roger Lynch, ha giustificato con parametri puramente economici – altre riviste, tra cui Glamour e Self, subirebbero la stessa sorte – senza però offrire al pubblico una fotografia analitica dei bilanci, né tantomeni dettagli sulle possibili ristrutturazioni.
L’ombra lunga del 2015 e il presente dei contratti fermi
Morelli, nella sua nota, ha voluto ricordare un antecedente preciso: «Non è la prima crisi per Wired Italia, che già nel 2015 aveva subito il dimezzamento della redazione, da 12 a 6 giornalisti». Un passato, quello, che ora si ripropone con esiti ancor più radicali, visto che il provvedimento dell’editore americano – il cui Ceo ha parlato di una pubblicazione «non più redditizia» che limiterebbe «la nostra capacità di investire nelle idee e nelle aree che guideranno la crescita futura» – ha innescato una reazione immediata sul fronte politico-sindacale. Il sottosegretario, dichiarandosi «vicino alle famiglie e ai colleghi che rischiano di perdere il lavoro», ha aggiunto una promessa destinata a pesare nelle prossime settimane: «seguirò personalmente e con attenzione l’evolversi della vicenda». Un impegno, il suo, che trasforma la chiusura in un caso anche parlamentare, sebbene manchino al momento atti formali o convocazioni ufficiali.
Una data simbolo, tra sciopero e silenzi dell’editore
Il timing, va detto, ha trasformato l’annuncio in un autentico affronto per l’intera categoria. Giovedì 16 aprile, infatti, i giornalisti italiani incrociavano le braccia per il rinnovo di un contratto nazionale non aggiornato da dieci anni; ed è proprio in quel giorno, a metà della protesta, che Roger Lynch ha diffuso la nota di chiusura. A cogliere la contraddizione è stata la senatrice M5S Barbara Floridia, presidente della commissione di vigilanza Rai, secondo cui «la chiusura di Wired Italia è davvero una pessima notizia: il segnale di una difficoltà più profonda nel riconoscere valore all’informazione che prova a interpretare il presente, non solo a inseguirlo». Una lettura, la sua, che sposta l’attenzione dai meri bilanci a una questione di modello culturale: una rivista che non si limitava a riportare le innovazioni ma tentava di decifrarle, e che ora viene sacrificata sull’altare dei conti trimestrali.
Redazioni dimezzate, futuro digitale in sospeso
Non ci sono, allo stato, elementi per confermare ipotesi di transizione al solo digitale: alcune fonti interne avevano accennato a possibili riassetti, ma la nota di Lynch non fa alcun cenno a spin-off o conversioni. Quel che resta è la traccia concreta di un giornalismo – quello di Wired – che aveva costruito una nicchia solida tra gli early adopter e i curiosi di scienza, senza però riuscire a tradurre quel capitale simbolico in marginalità operative sostenibili. Morelli, dal canto suo, non ha annunciato interventi normativi o fiscalità di vantaggio; si è limitato a un «dispiacere» istituzionale e a una promessa di monitoraggio personale. Parole che, per i sei giornalisti (quelli che erano rimasti dopo il taglio del 2015) oggi prossimi alla mobilità, suonano come l’unico gancio a cui aggrapparsi. Il resto – silenzi dell’editore, assenza di piani industriali alternativi, e un contratto nazionale fermo da un decennio – è cronaca di un’altra crisi, tra le tante, di un’informazione che fatica a trovare un proprio equilibrio fuori dalle logiche del profitto immediato.




