Condé Nast chiude Wired Italia, la notizia arriva il giorno dello sciopero dei giornalisti
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Redazione Economia
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La notizia, che ha sorpreso non poco gli addetti ai lavori, è arrivata giovedì 16 aprile, una giornata già di per sé pesante per il settore dell’informazione nazionale: mentre i giornalisti italiani incrociavano le braccia per chiedere il rinnovo del contratto, Condé Nast comunicava ufficialmente la chiusura di Wired Italia. A renderla nota, attraverso un memo interno intitolato “Brand and Technology Updates”, è stato l’amministratore delegato globale del gruppo, Roger Lynch, spiegando che la manovra rientra in una più ampia riorganizzazione del portafoglio di testate. La decisione, seppur motivata da ragioni di “disciplina” gestionale, suona paradossale proprio per il tempismo: il giorno di mobilitazione collettiva diventa quello in cui si taglia una delle firme più riconoscibili del giornalismo tecnologico italiano, nata diciassette anni fa e oggi diretta da Luca Zorloni.
La solida salute economica del gruppo e la scelta di chiudere
Lynch, nel suo documento, ha tenuto a precisare che le casse di Condé Nast non versano affatto in cattive acque: anzi, l’attività complessiva della casa editrice viene descritta come solida, con un fatturato in crescita nel corso del 2025 e un quarto anno consecutivo di incremento della redditività. Proprio per preservare questi risultati – ha aggiunto – è necessario “rimanere disciplinati nella gestione del nostro tempo e delle nostre risorse”. Una frase, quest’ultima, che lascia intendere come la chiusura dell’edizione italiana di Wired rappresenti una scelta strategica di riallocazione, più che una misura dettata da un’emergenza economica. E così, a fronte di bilanci in utile, si interrompe l’avventura di una testata che aveva aperto i battenti diciassette anni fa, sotto la guida di Riccardo Luna, per poi diventare un punto di riferimento nel racconto dell’innovazione digitale.
Il paradosso del web che cresce e dei tagli all’informazione
Se si guarda ai dati Agcom, che certificano come l’informazione oggi passi in larga parte dalla rete, la decisione appare ancora più stridente: proprio mentre il consumo di notizie online cresce e la pubblicità digitale continua a trainare i ricavi di molti editori, Condé Nast sceglie di dismettere un prodotto nativo digitale. Non è un dettaglio secondario, questo, perché apre una riflessione – che qui ci limitiamo a registrare – sul modello economico dell’editoria contemporanea. Lo stesso giorno, peraltro, un altro gruppo, Citynews, ha annunciato il licenziamento di ventuno giornalisti. Due colpi, quasi simultanei, che colpiscono una categoria già provata da anni di precariato e trasformazioni tecnologiche.
Una testata storica, un futuro da scrivere (altrove)
Wired Italia chiude quindi i battenti dopo diciassette anni di attività, lasciando inevase molte domande sul destino dei suoi giornalisti e collaboratori. La direzione attuale, affidata a Luca Zorloni, aveva tentato di rinnovare il linguaggio e le inchieste della rivista, senza però riuscire a scongiurare una decisione arrivata da New York. Roger Lynch, nel suo memo, ha parlato di “aggiornamenti tecnologici e di brand”, senza però specificare quali risorse verranno potenziate al posto di quelle sottratte all’edizione italiana. Quel che è certo – e che i fatti consegnano alla cronaca – è che la chiusura è stata comunicata con un laconico documento interno, in una giornata di mobilitazione, e che il gruppo continua a dichiarare ottima salute finanziaria. Una contraddizione, quest’ultima, che peserà come un macigno nel dibattito sulla sostenibilità del giornalismo di qualità nell’era delle piattaforme.




