Tiscali Notizie chiude dopo 26 anni, l’Ordine dei giornalisti: «Salvare la memoria del web»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   È l’ultimo giorno per Tiscali Notizie, e il conto alla rovescia si è fermato nella giornata di oggi, giovedì 30 aprile, quando la redazione – composta da dodici giornalisti – ha pubblicato il suo ultimo aggiornimento. La decisione, maturata nell’ambito delle strategie dell’attuale proprietà, cancella una delle firme più antiche del panorama informativo digitale italiano, nata a Cagliari sul finire degli anni Novanta quando Internet era ancora una scommessa per visionari e la professione giornalistica online sembrava a molti poco più di un azzardo. A dare l’annuncio dell’addio, attraverso un editoriale pubblicato in queste ore, è stato lo stesso direttore Stefano Loffredo, che ha ripercorso quelle «notti davanti a uno schermo mentre il paese dormiva» e ha restituito il senso di un’avventura durata ventisei anni, costellata da milioni di letture e da un costante lavoro di sperimentazione sul linguaggio del web.

La notizia della chiusura, che il comitato di redazione aveva provato a scongiurare senza successo, arriva in un momento preciso: a ridosso del Primo maggio, quando l’Italia sprofonda al 56esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa stilata per il 2026 da Reporters sans frontières. Lo ha ricordato, in una nota carica di rammarico, Simonetta Selloni, segretaria dell’Associazione stampa sarda, la quale parla di «scelte aziendali inspiegabili» che mettono a tacere un patrimonio fatto di professionalità e notizie. Secondo Selloni, si tratta di una logica miope che non considera nemmeno il valore della solida reputazione costruita dall’azienda proprio grazie a quel lavoro; e così, aggiunge, «i giornalisti sono superflui, l’informazione pure». Una cesura, quella operata dalla proprietà, che non risparmia nemmeno la mole di documenti accumulata in un quarto di secolo: speciali, inchieste, podcast (quando questo termine ancora non era in uso) rischiano di essere cancellati senza lasciare traccia.

«Si spegne una voce»: l’appello dell’Ordine per non disperdere l’archivio

Alla solidarietà umana per i dodici colleghi che perdono il posto – e che secondo i sindacati non avrebbero prospettive immediate – si accompagna dunque una richiesta precisa, avanzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dall’Ordine regionale della Sardegna: salvare l’archivio storico della testata. «Si spegne una voce, e ora siamo tutti un po’ più poveri», si legge nella nota diffusa nei giorni scorsi, dove si sottolinea come la cancellazione di quella mole di articoli cancellerebbe un pezzo della memoria collettiva dell’informazione italiana. L’Ordine chiede che l’azienda e le istituzioni si facciano carico di evitare che l’immenso lavoro di ricerca e raccolta venga disperso, auspicando un passaggio della banca dati in mani pubbliche, magari affidandola a grandi biblioteche o all’università, come ha suggerito nei giorni scorsi la giornalista Antonella Loi, componente del comitato di redazione. L’allarme, del resto, è concreto: parte dei contenuti – compreso lo stesso articolo di commiato del direttore – è già stata de-linkata, risultando accessibile solo attraverso archivi esterni come la Wayback Machine.

Dal miracolo editoriale all’oblio digitale: la parabola della «fabbrica» sarda

Tiscali Notizie non era solo un portale: rappresentava un vero e proprio unicum editoriale, una scuola che ha formato intere generazioni di cronisti prima che questi approdassero nelle grandi redazioni nazionali. Nata dall’intuizione di Renato Soru, la testata crebbe integrandosi con i servizi del provider (posta, meteo, messaggistica), sul modello dei grandi portali americani come Yahoo, riuscendo a raggiungere un picco di cinque milioni di utenti e a posizionarsi stabilmente tra i siti di informazione più letti in Italia. Per anni, la redazione cagliaritana ha dimostrato che si poteva fare informazione seria partendo dalla Sardegna, senza per questo rinunciare a inchieste nazionali o a interviste ai vertici delle istituzioni. «Non siamo stati semplici passacarte di agenzia», hanno rivendicato i giornalisti nelle ultime battute, consapevoli di aver contribuito a scrivere un capitolo fondamentale della storia del giornalismo digitale italiano, prima che i social network e le logiche algoritmiche stravolgessero le regole del gioco.

Un’eredità pesante e il futuro dei dodici professionisti

La chiusura lascia sul lastrico dodici unità, che sino all’ultimo hanno sperato in un intervento della politica o in un ripensamento da parte del gruppo imprenditoriale subentrato nella gestione. Dopo il fallimento dei tentativi di mediazione avviati anche al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il destino della testata era segnato; i lavoratori, come spiegato dalla rappresentante del comitato di redazione Antonella Loi, hanno dovuto prendere atto che «il nuovo acquirente non ha intenzione di fare attività informativa» e di tenere in organico giornalisti contrattualizzati. Resta, oltre allo smarrimento per il futuro immediato, il nodo della conservazione di quanto prodotto in oltre venticinque anni: un’eredità che, secondo l’Ordine e l’Assostampa, non può essere abbandonata al vuoto digitale, anche solo per restituire dignità a un lavoro che ha fatto la storia del web italiano. L’associazione di categoria sarda ha promesso che terrà «un faro acceso» sulla vicenda, nella speranza che cittadini e politica comprendano quanto questa perdita restringa «il perimetro di informazione, consapevolezza e libertà».

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